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Mons. Prof. Francesco Spadafora - (Cosenza, 1913 – Roma, 1997)

Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della dipartita di mons. Francesco Spadafora e, per l’occasione, riprendiamo da Wikipedia il seguente articolo scritto dal professor Andrea Dalledonne, uno dei primo collaboratori di sì sì no no, grande amico di don Francesco Putti e di monsignor Francesco Spadafora.

* * *

Si tratta, senza dubbio, di uno dei più fedeli, qualificati e benemeriti teologi-biblisti-esegeti: degnissimo discepolo del grande e geniale Mons. Antonino Romeo (1902- 1979) durante gli anni trascorsi nel Seminario «S. Pio X» di Catanzaro e degnissimo confratello spirituale di biblisti della statura del P. Prof. A. Vaccari S. J. (1875- 1965) e del P. Prof. B. Mariani O.F.M. (1902- 1987).

Lo Spadafora si laureò in scienze bibliche presso il Pontificio Istituto Biblico nel 1949 mediante la sua tesi Collettivismo e individualismo nel Vecchio Testamento (Rovigo, 1953); insegnò scienze bibliche, per vari anni, nel Seminario regionale di Assisi, in quello di Benevento e nel Collegio «S. Alessio Falconieri» di Roma. Dal 1956 al 1983 esercitò l’apostolato di docente ordinario di esegesi biblica nella Pontificia Università Lateranense.

In ordine al saggio succitato, il Romeo rilevò: «L’erudito studioso vi dimostra […], attraverso un’ ampia disamina dei documenti relativi al mondo semitico antico, e poi ad […] Israele […], che in […] tutto il Vecchio Testamento abbiamo la coesistenza del collettivismo e dell’ individualismo […] Vi riesce egregiamente […]. Nella società […] prima debbono esistere gl’individui, e soltanto in seguito può verificarsi la vita associata […]. La religione personale è sempre […] essenziale, primordiale e insostituibile: è il fondamento […]» (Romeo, Il presente e il futuro nella Rivelazione biblica, Roma-Parigi-Tournai-New York, 1964, pp.197s. Cf. Ivi, pp. 196s.).

Rimane così confutata la, specialmente odierna, superstizione del collettivismo che, persino quando si ammanta di religiosità, non è nient’ altro che naturalismo o materialismo, specialmente comunista in allegria neo-catecumenale.

Un altro importante saggio dello Spadafora è Gesù e la fine di Gerusalemme, Rovigo, 1950, dove il nostro esegeta dimostra, con rigorose argomentazioni teologiche e filologiche, che, contro le assurde opinioni dei cosiddetti escatologisti, Gesù non pensava assolutamente a un’ imminente fine del mondo.

Questa tesi fu approfondita nei due saggi riediti insieme: Gesù e la fine di Gerusalemme e L’escatologia in San Paolo, Rovigo, 19712. Richiamandosi a due splendidi articoli (giovanili) del Romeo appunto su questo secondo tema (ristampati in Romeo, Il presente e il futuro…, cit., pp. 44-106. Cf. ivi, pp. 33-43), lo Spadafora ribadisce, grazie appunto alle sopraddette argomentazioni, che neppure S. Paolo riteneva imminente la fine del mondo (basterebbe ricordare Ef. 2, 4-7) e, nella piena fedeltà all’ insegnamento sostenuto dal Romeo, lo Spadafora offre l’unica traduzione esatta del testo paolino 1Ts. 4, 17 (che anche qualche studioso cattolico interpretava erroneamente): «…Noi, attualmente vivi, superstiti, insieme ad essi [= i nostri defunti] saremo rapiti sulle nubi verso il Signore in cielo…» (Gesù… e L’ escatologia…, cit., pp. 325s. Ha una simile rilevanza dottrinale il discorso sull’anti-Cristo, ivi, pp. 291-300, 316-320).

La suddetta aberrazione degli escatologisti è satura di quel razionalismo, o gnosticismo, che è la vita anche dell’odierna, sempre più dilagante, apostasia neo-modernistica.

Dello Spadafora cf. San Paolo: le Lettere, Genova, 1990, pp. 12-16; Escatologia, in «Enciclopedia Cattolica», vol. V, coll. 544-548. V., inoltre, Id., San Paolo alla conquista dell’impero, Roma, 1983; Temi di esegesi, Rovigo 1953; Maria Santissima nella Sacra Scrittura, Rovigo 1963; Romeo, Anticristo, in «Enciclopedia Cattolica», vol. I, coll. 1433-1441 (testo magistrale e di perfetta attualità); Id., Apocalisse, ivi, coll. 1600-1614.

Quanto al razionalismo, o gnosticismo, contro cui il tomismo fondamentale costituisce l’alternativa teologico-etico-filosofica, si dà ora la parola a un insigne e coraggioso teologo, amico e collega del Romeo e dello Spadafora: «Il razionalismo consiste nella pretesa della ragione umana di non accettare come vero se non ciò che s’imponga con la sua intima evidenza… Le rovine provocate dal razionalismo, in tutti i campi, sono state innumerevoli e gravissime» (Mons. U. Lattanzi [1899-1969], Il Primato Romano, Brescia, 1961, p. 13, nota 6. Ma su ciò si dovrà ritornare).

Lo Spadafora redasse circa cento voci, riguardanti temi scritturistici, per l’«Enciclopedia Cattolica»; parecchie altre per il notevolissimo AA. VV., Dizionario biblico, da lui diretto (Roma, 19633) e altre ancora per la «Bibliotheca Sanctorum» diretta dal Mons. Prof. F. Caraffa (1909-1987).

Tra tali voci va segnalata Ezechiele (in AA. VV., Dizionario…, cit., pp. 235-239,) Profeta cui il nostro esegeta dedicò lo studio: Ezechiele («La Sacra Bibbia», a cura di S. Garofalo), Torino, 19502.

Ma di tutti i Profeti il nostro esegeta si occupò nell’ampio studio Il Libro Sacro, vol. II, 2; Antico Testamento: I Profeti, Padova, 1965 (rist., 1978), dove, fra l’altro, dimostrò l’autenticità del Libro di Isaia cioè del «Profeta Evangelista» (pp. 90-98. Cf. ivi, pp. 110-176; Id., Attualità bibliche, Roma, 1964, pp.25-75; Id. Il vaticinio della Vergine e dell’ Emmanuele (Is 7, 14-21), in «Marianum», 41, 1979, pp. 67-75).

Ed ecco il principio, veramente dogmatico, cui il nostro biblista si attenne in pieno dall’inizio al termine della sua opera e su cui ritornava nei suoi lavori principali: dei testi biblici concernenti la fede e la morale l’unico senso da tenere è quello che ha sempre tenuto e tiene il Magistero infallibile della Santa Chiesa. Pertanto non è lecito a nessuno – di chiunque si tratti! – l’opinare in qualsiasi modo contrario. Cf. in merito i testi capitali del Concilio Tridentino: DS., 784 = 1504, 786 = 1507.

V., quindi, 2Pt 2, 19-21; 2Tim 3, 16s.: «Tutta la Scrittura è divinamente ispirata e necessaria per insegnare, per rimproverare, per correggere, per educare… affinché l’uomo di Dio sia perfetto e divenga idoneo ad ogni opera buona».

Dunque tutta la Sacra Scrittura è dotata dell’inerranza assoluta; e ne consegue che è gravissima eresia l’affermare che essa contenga errori. L’importante, anzi il dovere irrinunciabile e imprescindibile, è interpretarla secondo la verità. Cf., del nostro esegeta, le vv. Generi letterari, in AA.VV., Dizionario…, cit., pp. 263ss.; e Ispirazione, ivi, pp. 347-354.

Su questo fondamento della fede cattolica lo Spadafora prosegue il suo discorso in Leone XIII e gli studi biblici, Rovigo 1976. Leone XIII è l’autore dell’ Enciclica Providentissimus Deus (1893), il cui insegnamento circa l’interpretazione cattolica della Sacra Scrittura è confermato e precisato dall’Enciclica Spiritus Paraclitus di Benedetto XV (1920) e dall’Enciclica Divino afflante Spiritu di Pio XII (1943).

In Leone XIII…, cit., dopo la traduzione italiana di quel documento pontificio (pp. 13 - 59), il nostro biblista demolisce di nuovo il razionalistico, o gnostico, “criticismo” biblico, oggi spadroneggiante (spec. pp. 138–145), e offre la dimostrazione, sia teologica sia scientifica, della realtà storica della risurrezione del Redentore-Salvatore (pp. 245– 267). Cf. Spadafora, Risurrezione di Gesù, in AA.VV., Dizionario…, cit., pp. 520b – 524a.

Questo tema è ulteriormente trattato, dal nostro biblista, in La Risurrezione di Gesù, Rovigo, 1978, spec. pp. 58 – 188, 219, dove egli osserva energicamente che «bisogna distinguere i “generi letterari” [il cui studio serio è permesso dall’autorità della Chiesa] e il sistema critico [scientifico solo in apparenza] della “Formgeschichte”» (p. 29). Siffatto sistema, detto anche “storia delle forme”, fu escogitato da pseudo-filosofi e da pseudo-teologi protestanti, immanentisti-razionalisti, schiavi del nichilismo-ateo principio dell’immanenza moderna che va da Lutero – Cartesio fino ad Heidegger, a Sartre e consimili: sistema finalizzato a negare e a schernire tutte le realtà soprannaturali (cf. p. 169).

Ricordando, all’assoluto contrario, che la storicità dei Vangeli è dogma di fede, lo Spadafora puntualizza: «Ogni esegeta è libero di additare la fragilità, l’ infondatezza dei vari postulati della “Formgeschichte”… e dimostrare caso per caso l’inconsistenza scientifica delle “novità” proposte [anzi, imposte], la loro incompatibilità con l’ermeneutica cattolica» (p. 30. Cf. ivi, pp. 14 – 19, 22s., 66 e 67, nota 63).

Ma già in AA.VV., Dizionario…, cit., leggiamo: «Questo metodo [Formgeschichte], che sembrava a prima vista originale e scientifico, si palesa arbitrario e soggettivistico… Ci troviamo di fronte a un complesso di affermazioni… che partono da alcune premesse–base, ritenute come vere, ma indimostrate; si tratta di presupposti, di postulati che all’esame si rivelano tutti inconsistenti e nettamente contrari alla realtà» (L. Vagaggini – F. Spadafora, Forme [Storia delle], in AA.VV., Dizionario…, cit., p. 254b). Cf. Spadafora, Attualità bibliche, cit., p. 410ss.

Ottimamente, perciò, un benemerito convertito dall’ebraismo e collaboratore dell’«Enciclopedia cattolica» nonché del Dizionario…, cit., contro la Formgeschichte scrisse: «… Non si va troppo incontro ad un preteso oggettivismo laddove gioca un soggettivismo pulsante di vita e di passione?» (E. Zolli [1881-1956], Guida all’Antico e Nuovo Testamento, Milano 1956, p. 156).

Altrettanto genialmente il Lattanzi: «… In materia di esegesi biblica le umane interpretazioni spesso sono ispirate dalla… particolare mentalità la quale… è tessuta dai… desideri» (Il primato universale di Cristo secondo le S. Scritture, Roma, 1937, p. VIII).

In altri termini: «Il… vento del razionalismo è ormai penetrato dappertutto e ha fatto sentire i suoi deleteri effetti sopra le più verdeggianti aiuole della Chiesa. Una tale disposizione è esiziale. Pochi veleni sono così potenti a distruggere il… bene» (Can. F. Chiesa, Prefazione a La Sacra Bibbia, a cura di AA.VV., Roma, 1963, p. VII a. Cf. Card. G. Siri, Naturalismo vivo, in «Renovatio», 4, Genova, 1987, pp. 485ss.).

Non dimentichiamo, in proposito, che S. Tommaso d’Aquino condanna l’enorme gravità immorale dell’ impugnazione soggettivistica dei primi principi metafisici della realtà qual è in se stessa (cf. La Somma Teologica, II-II, q. 154, a. 12).

E il Romeo, nel suo articolo «trionfale» – come lo qualificava Mons. P. C. Landucci (1900– 1986) – contro il neomodernismo biblico: L’Enciclica «Divino afflante Spiritu» e le “opiniones novae”, in «Divinitas», 3, 1960, pp. 387 – 456, citò uno studio del teologo luterano P. Althaus, in cui sono risolutamente avversati gli arbitri della Formgeschichte (pp. 417s., nota 79). Sulla profetica previsione delle odierne catastrofi perpetrate dal crescente neomodernismo in tutti i campi, v. ivi, pp. 443–456. Cf. Spadafora, Razionalismo, esegesi cattolica e Magistero, Rovigo , 1962; Id., L’ Evangelo dell’infanzia, in «Renovatio», 1, Genova 1981, pp. 46– 71; Id., Esegesi e teologia, 2, ivi 1984, pp. 269–284.

A tutto quel “fango che sale” lo Spadafora contrappone il dovere della santità cristiana. è spiritualmente questo l’asse portante del suo saggio La Chiesa di Cristo e la formazione degli Apostoli, Roma, 1982, in cui egli, con un’innegabile originalità anche sul piano scientifico, chiarisce l’unità del dramma profetizzato da Isaia (spec. nel suo c. 53) e attuatosi nella missione di Gesù Redentore- Salvatore (pp. 13–127).

È poi considerevole il rigetto, ad opera del nostro esegeta, della falsissima, politicamente turpissima diceria sul “comunismo” dei primi cristiani. Sed contra: «Qualunque fosse stata la prassi della prima collettività di Gerusalemme – che va studiata alla luce delle particolari condizioni d’ ambiente, data la violenza dei giudei contro i convertiti, che venivano privati di ogni risorsa è chiaro che non si può mai mutare e deturpare [si noti!] l’insegnamento preciso di N. Signore» (p. 66. Cf. ivi, pp. 67–72).

In altri termini irrecusabili: «Il v. 4 [di At 5, 1-11]: “Anania era libero di vendere la proprietà e libero di ritenere il prezzo» elimina la tesi del comunismo nella Chiesa primitiva» (Spadafora, Anania e Saffira, in AA.VV., Dizionario…, cit., p. 29b).

Lumeggiata la centralità soprannaturale che compete, nella vita cristiana, al Sacramento dell’ Eucarestia (La Chiesa di Cristo…, cit., pp. 126ss. Cf. ivi, pp. 233ss., 242–246); e, dello stesso Autore, Eucarestia in AA.VV., Dizionario…, cit., pp. 230a – 234a, nonché L’Eucarestia nella Sacra Scrittura, Rovigo 1971, pp. 58–75, 227–240), il nostro biblista tratta accuratamente la fondazione della Chiesa, la Passione, la Morte e la Risurrezione di Gesù (La Chiesa di Cristo…, cit., pp. 131 – 319). Anche così egli subordina la vera scienza biblica all’incomparabile trascendenza qualitativa, della Fede cattolica di sempre rispetto ad ogni forma di sapere umano. Ciò significa, parimenti, che l’equiparazione neomodernistica della fede alla “cultura” è apostasia quintessenziata, gioia e felicità di tutti i nemici della Chiesa.

Ma ecco la formidabile reazione dello Spadafora nel suo denso volume La Tradizione contro il concilio. L’apertura a sinistra del Vaticano 2°, Roma 1989, nel quale (passim) sono denunciate e smascherate le innumerevoli “gesta”, del neomodernismo pseudo-biblico e dei suoi “protettori”.

Noi, però, ci soffermiamo soprattutto sulle ulteriori precisazioni dottrinali circa l’interpretazione cattolica nel senso autentico della Sacra Scrittura (pp. 133–143). Infatti «Nelle cose di fede e di morale la Chiesa gode di una particolare assistenza dello Spirito Santo che ne rende infallibili i pronunciamenti solenni» (p. 141); «… Come il Verbo sostanziale di Dio si è fatto simile agli uomini in tutto, eccettuato il peccato, così anche le parole di Dio, espresse in lingua umana, si sono fatte somiglianti all’umano linguaggio in tutto, eccettuato l’ errore» (p. 142).

Di conseguenza: «… Nelle obiezioni che sempre di nuovo vengono mosse contro l’inerranza della Sacra Scrittura non si trattava di affermazioni dei sacri autori, bensì di sbagliate interpretazioni dei testi biblici…» (p. 133. Cf. ivi, p. 79).

In rapporto alla tutt’altro che infallibilità del concilio vaticano II, dichiarata dai due papi conciliari e da un loro cardinale, ci è stata fornita la soluzione decisiva del problema: «Ci troviamo… per la prima volta nella storia, dinanzi a proposizioni… promulgate dal più alto magistero della Chiesa… il quale dichiara espressamente di ritenersi magistero autentico, non infallibile. Questo ha potuto e può ingannare o meravigliare chi abbina questo concilio in un modo univoco con i precedenti… Si commetterebbe così un grave errore di criteriologia teologica»… (ivi, p. 280).

Intorno ai limiti, gravissimi su tutti i piani, di un concilio simile, cf. Mons. M. Lefebvre (1905– 1991), Ils l’ont [Gesù] decouronné. Du libéralisme à l’apostasie. La tragédie conciliaire, Escourolles, 1987, pp. 21-29, 157-229. Cf. Spadafora, Fatima e la peste del socialismo, Roma. 19783, passim; Id., Il post-concilio. Crisi: diagnosi e terapia, ivi, 1991, passim.

A quello, poi, che si deve esecrare come il “compromesso storico” filo-ebraico, che la crescente apostasia neomodernistica sta imponendo e reclamizzando da almeno trent’ anni, lo Spadafora ha dato la risposta teologica in Cristianesimo e giudaismo, Caltanisetta, 1987. Vi si nota anche il pieno accordo con le tesi dottrinali presenti in Romeo, Il giudaismo, in Il presente e il futuro…, cit., pp. 202-283. Cf. Landucci, Miti e realtà, Roma, 1968, pp. 435-443. (Ivi, pp. 1-118, si apprezza l’ equilibratissima stroncatura del panteismo ateo-materialistico del gesuita Teilhard de Chardin, idolo dei neomodernisti).

Senz’alcuna polemica, e agli antipodi del razzismo – contro cui v. Romeo, Antisemitismo, in «Enciclopedia Cattolica», vol. I, coll. 1494-1505 –, lo Spadafora s’impegna in una profonda esegesi dei testi biblici su questi argomenti capitali (Cristianesimo…, cit., pp. 27-106) anche per focalizzare che, quanto all’ ebraismo vetero-testamentario rispetto al Cristianesimo, non si tratta per nulla «di una «giustapposizione», di un abbinamento, ma, secondo il chiaro principio enunciato dal Cristo, di «perfezionamento», di completamento che eleva e, perciò stesso, assorbe e supplisce, prende il posto. Il frutto non si abbina al fiore, ma lo sostituisce. È la soluzione sancita da Pietro nel “Concilio” di Gerusalemme (Act,, 15)» (ivi, p. 74. Cf. ivi, pp. 83-92, 68-106).

Sull’origine ebraica del grande peccato dell’antisemitismo v. D. Giuliotti (1877-1956) – G. Papini (1881-1956), Dizionario dell’Omo selvatico, Firenze, 1923, p. 190; O. Nardi Il vitello d’oro. L’altra faccia della storia, a cura di S. Panzica, Matino (Lecce), 20143, pp. 323s.; L. Villa, Le tre “reti” ebraiche, Brescia, 2012, pp. 7ss., 40, 46, 52-63.

Quindi: «I giudei si trovano… fuori per la propria colpa. Essi hanno misconosciuto la natura del piano divino… fondando la loro pretesa sul fattore razziale, sulle osservanze legali… Queste fluivano invece dal carattere temporaneo e preparatorio del patto del Sinai; né potevano giustificare … All’alternativa posta da Gesù tra la concezione spirituale del regno di Dio, con una giustizia intima, e la concezione temporale-razziale, con una giustizia secondo la legge, i giudei tenacemente restarono nella seconda contro Gesù…» (Spadafora, Cristianesimo…, cit., pp. 91s. Cf. ivi, pp. 43-67).

Per quanto riguarda siffatta colpevolezza ebraica cf. dello stesso Autore, Pilato, Rovigo, 1973, dove, coi più persuasivi argomenti, la responsabilità di quel procuratore romano è ricondotta alle sue vere, modeste proporzioni. V. anche La Chiesa di Cristo…, cit., pp. 101-130, 255-297. Cf. S. Tommaso, La Somma Teologica, III, q. 47, a. 6, ad 2.

Perciò la pretesa e presunta “ignoranza” ebraica verso Gesù si deve controbattere così: «Non si tratta di “ignoranza” [nel senso greco-latino]: (Gesù aveva loro detto chiaramente Chi è: Giov., 5, 18; Mt. 26, 65; 27, 44, e Giov. 19, 7)…, ma di rifiuto di fede nella Sua Persona… [Il che fu perpetrato] pur conoscendo, pur avendo appreso [essi] il contenuto dell’Evangelo…» (Spadafora, Cristianesimo…, cit., p. 67. Cf. ivi, p. 64).

Su tale colpevolezza (cf. Lc. 19, 27; Gv. 8, 44) v. S. Tommaso, La Somma Teologica, III, qq. 46s., dove l’Aquinate sottolinea che i giudei peccarono «come crocifissori di Dio» (ivi, III, q. 47, a. 5, ad 3). Ecco perché S. Paolo lamenta che i giudei sono divenuti odiosi a Dio e nemici del genere umano; sicché l’ira divina contro di loro è giunta al massimo (cf. 1Ts. 2, 13-16; Ebr. 10, 26-31).

Il volume in discorso si conclude con l’ineccepibile articolo del Landucci, La vera carità verso il popolo ebreo (pp. 112- 126). Ivi leggiamo: «Il dialogo … animato da vera carità verso gli ebrei… deve mirare soprattutto alla loro conversione» (pp. 113. Cf. pp. 125s.).

Tanto è vero che «L’ebreo attuale…, pur non avendo avuto alcuna parte attiva nel processo e nella condanna… di Gesù, rifiutandosi di riconoscerlo come Dio, non può non essere moralmente solidale con quella condanna e far proprio… quel giudizio del sinedrio come formulato verso un sacrilego e sommo ingannatore» (p. 119); «Il primato “salvifico” [ricevuto dagli ebrei antichi] diviene, col rifiuto [di Gesù da parte anche degli ebrei moderni], primato di condanna» (p. 123); «Il transito [ovvero il trasferimento del popolo, eletto soltanto allora, nel mondo cristiano] avvenne quando, compiuta la cena giudaica, si passò alla cena e alla immolazione eucaristica. Alla figura, l’agnello animale, si sostituì la realtà salvifica dell’Agnello divino» (p. 126).

Si deve, in sostanza, ribadire che è sommamente caritatevole il pregare, come fa l’unica vera Chiesa di sempre, anche per i perfidi giudei (oremus et pro perfidis iudaeis) affinché il Signore Dio nostro tolga dai loro cuori il velo dell’ accecamento e anch’essi riconoscano e adorino Gesù Cristo come il Signore Dio nostro. Cf. 2Cor. 3, 12-17.

L’epoca apocalittica in cui viviamo, intenta ad annunciare il Cattolicesimo per amalgamare tutte le ideologie in un ebraismo quanto mai dilatato e larvato, trova un’altra splendida antitesi nel lavoro dello Spadafora Fuori della Chiesa non c’è salvezza, Caltanisetta, 1988. Nell’insegnare che questo principio teologico è un dogma della nostra religione (cf. pp. 9, 21-54), il nostro biblista riconosce che quegli acattolici che sono davvero in buona fede possono salvarsi «per la grazia del Signore, non per mezzo della loro pseudo-religione, ma nonostante la loro pseudo-religione» (p. 39. Cf. ivi, pp. 90-111). Cf. Lefebvre, Lettera aperta ai cattolici perplessi, tr. it., Spadarolo (Rimini), 1985, pp. 78-81.

Questo saggio dello Spadafora, Fuori della Chiesa …, cit., è dedicato: «Al Sacerdote D. Francesco M. Putti, “Servo buono e fedele”. Operò in difesa della Chiesa “con l’ intrepido coraggio di Elia”» (p. 5).

E in onore e memoria di quello straordinario sacerdote, figlio spirituale di S. Padre Pio e benemerito anche come confessore, il nostro biblista scrisse Araldo della Fede cattolica. Sac. Don Francesco Maria Putti fondatore di «sì sì no no» (1909 - 1984), Roma, 1993. Si badi: «… sì sì no no» prosegue ancor oggi fedelmente la sua battaglia in difesa dell’ esegesi cattolica, tradita dal Pontificio Istituto Biblico [a partire dai primi anni Cinquanta] in difesa della inerranza assoluta della Sacra Scrittura, dell’autenticità e storicità dei nostri santi Evangeli [dogma di fede], in difesa del soprannaturale, seguendo le direttive provvidenziali di San Pio X, per debellare il modernismo in ogni campo, dalla dottrina, al culto, alla disciplina» (p. 169. Cf. ivi, pp. 101-105, 140-161, 170-179).

Risponde, perciò, al vero l’ asserire che il mirabile saggio dello Spadafora La «nuova esegesi». Il trionfo del modernismo sull’Esegesi Cattolica, Sion [Svizzera], 1996, costituisce il testamento spirituale del nostro biblista. Ivi leggiamo queste denunce di cui è impossibile sottovalutare la fondamentalità dottrinale:

«… 1) Nessun battezzato, ancor meno se ecclesiastico o religioso, può negare o mettere in dubbio scientemente l’ispirazione, l’ inerranza assoluta della Sacra Scrittura e il dovere di attenersi, nelle questioni bibliche che abbiano attinenza con la fede e la morale, al senso che di quei sacri testi ha sempre tenuto la Chiesa, senza incorrere nell’eresia;

2) un’interpretazione della Sacra Scrittura che di queste tre verità non faccia nessun conto non è più un’esegesi cattolica, ma un’esegesi ereticale.

E tale è la “nuova esegesi”» (p. 37. Cf. ivi, pp. 13-38, 53-104; Hilarius [= Spadafora] Errori e deviazioni post-conciliari, Brescia 1969, passim).

Cade qui opportuno il porre in risalto un altro fatto, quanto mai tragico, spesso lamentato dal nostro biblista e cioè che la distorsione-deformazione razionalistico- storicistica, e dunque neomodernistica – ossia “cattolica” solo in apparenza –, della Sacra Scrittura «ha fatto… perdere la fede anche a professori cattolici di esegesi…» (Landucci, Miti e realtà, cit., p. 287).

Lo Spadafora dimostra come e quanto lo pseudo-biblico storicismo neomodernistico fu, e continua sempre più ad essere, voluto e favorito da quei catastrofici nemici interni della Chiesa che il Romeo bollava quali «abilissimi capi, apparentemente piissimi» (Romeo, L’ Enciclica «Divino afflante Spiritu»…, cit., p. 545). Cf. Spadafora, La «nuova esegesi»…, cit., spec. pp. 105-297.

Tutti questi «eventi», come li giustifica il trionfalismo neomodernistico, «rivelano sempre più il vero volto di questo infausto concilio [Vaticano II] “pastorale”, da cestinare e dimenticare al più presto» (Spadafora, La «nuova esegesi»…, cit., p. 187. Cf. ivi, pp. 322-335).

Con acuto senso anche metafisico-teoretico il nostro biblista fa vedere che, per dirla con S. Tommaso e con Dante, la «prima radice» della nefandissima situazione ecclesiale odierna – nobili eccezioni a parte – va individuata e svergognata in quella «maestra e condottiera» che è la «filosofia atea» (La «nuova esegesi».., cit., pp. 285s.).

Si tratta del luciferino “principio dell’immanenza vitale” denunciato e condannato, con carità apostolica e con ingegno sommi, da S. Pio X nell’ Enciclica Pascendi (1907) (cf. La «nuova esegesi»…, cit., pp. 280-290).

Non per nulla, secondo un principio simile, “verità non è più immutabile dell’uomo stesso in quanto si evolve con lui, in lui e per lui”. Si tratta della cinquantottesima delle sessantacinque proposizioni modernistiche anatemizzate da quel santo Pontefice nel Decreto Lamentabili (1907). Cf. DS., 2058=3458.

E ora va tenuto presente che lo stesso Aristotele, sia pure coi limiti del pagano, era convinto che se tutto fosse completamente soggetto al divenire, non ci sarebbero più nessuna verità e nessun bene. Cf. Aristotele, La Metafisica, l. IV, 8, 1012b, 24-30, tr. it.,Torino 1974, p. 296.

Il principio qui incriminato è la sorgente di tutti gli «apriorismi di chi pretende rinchiudere uomini ed eventi nel cosiddetto corso fatale della storia, poggiante sugli schemi preconcetti dei suoi filosofemi (evoluzionismo, monismo, immanentismo, relativismo [oggi sempre più imperante] e umanesimo integrale [del nefasto Maritain e di compagni ancora peggiori], miranti alla distruzione… [persino] della scienza, oltre che di ogni fede e vita spirituale» (Romeo, L’ispirazione biblica, in F. Spadafora – A. Romeo – D. Frangipane, Il Libro sacro. Vol. I: Introduzione generale, Padova, 1958, p. 174).

A polverizzare qualsiasi umanesimo, o antropocentrismo, è più che bastante questo luminoso asserto di S. Tommaso: «L’essere semplicemente è superiore all’essere uomo» (La Somma Teologica, III, q. 16, a. 9, ad 2).Cf. Mt. 16, 13-27; Gal. 1, 6-12; Spadafora, Suor Elena Aniello ‘a monaca santa, Cosenza, 19742; Id., Tre Fontane, Roma, 1984; G. Perini C. M., I Sacramenti, 2 voll., Bologna 1994-1999; Id., op. cit., vol. III, Segni (Roma), 2014.

Al principio immanentistico-antropocentrico si attaglia, per conseguenza, questa auto-denominazione da parte della “rivoluzione” moderno-contemporanea, che spinge milioni di anime verso l’inferno il quale è dogma di fede anch’esso: “… Io sono l’odio di qualsiasi ordine non stabilito dall’uomo, nel quale egli non è né re né Dio insieme” (cf. Lefebvre, Lettera aperta…, tr. cit., p. 98; ivi, pp. 89-117).

Per la massima contestazione tomistica del nichilismo sterminatore, costitutivo del principio dell’ immanenza vitale, v. C. Fabbro C. P. S. Introduzione dell’ ateismo moderno, Roma, 19692, 2 voll.; Id. La svolta antropologica di Karl Rahner, Milano, 1974; Id. L’avventura della teologia progressista, ivi, 1974.

Come anche in altre sue opere, questo filosofo contrappone, all’ immenso delitto sacrilego in accusa, le nozioni tomistiche – non certo idee o concetti! – di «ente» (ens) e di «Essere» (Esse) che sono, tutt’al più, suscettibili del «sano progresso» auspicato da Pio XII nell’Enciclica Humani generis (1950), ma la cui fondamentalità, anzitutto spirituale, è davvero eterna perché è assolutamente immutabile, di per sé, la verità metafisica in quanto tale.

Si vuol notare altresì che della situazione generale odierna «satana ride», come diceva uno scienziato cattolico, se non altro perché, nell’ anticristianesimo israelitico, tanto blandito dai neomodernisti, «occorre godere dei beni materiali… senza opporsi alle passioni naturali… È condannata la rinunzia ai piaceri…; l’opposizione all’ascesi cristiana è un luogo comune degli scrittori ebrei… La “morale” giudaica… si è privata dello slancio che le avevano impresso, fin da Elia, i Profeti… [fino a diventare] il monopolio dei farisei» (Romeo, Il giudaismo, in Il presente e il futuro…, cit., pp. 271s. Cf. Id., Satana e Satanismo, in «Enciclopedia Cattolica», vol. X, coll. 1948-1961; Gen. 19, 1-29; Mt. 23, 13-33; Rom. 1, 18-32; ivi 2, 1-24; Ap. 2, 9; ivi 3, 9).

Da quanto si è finora esposto, emerge esplicitamente che il neomodernismo, a cominciare da quello pseudo-biblico e da quello pseudo-filosofico, è il nemico numero uno anche della libertà vera che esso, con un’ipocrisia degna di Giuda, finge di difendere ed elogiare.

Al perfetto contrario, il cattolico fedele e, a fortiori, il sacerdote dev’ essere «banditore della verità: perché soltanto la verità ci fa liberi, e in ciò consiste la nostra dignità di esseri umani… Bisogna conoscerla… e [più ancora] proporla fedelmente, comunicarla con la più grande chiarezza…; la fedeltà nel proporla suppone l’onestà, la rettitudine morale!» (Spadafora, Pentecostali e testimoni di “geova” [= alterazione blasfema dell’autentico nome biblico-ebraico di Dio: Jahvé che significa l’Essere], Rovigo, 19754, p. 21. Cf. ivi, pp. 9-28). Dunque «… Solo rimanendo nella Chiesa Cattolica, e ripigliandone la vera dottrina e sottomettendoci interamente ad essa, saremo effettivamente liberi» (ivi, p. 285).

Ce lo insegna, anzitutto e soprattutto, il Signore Dio Gesù Cristo (cf. Gv. 8, 30-38). E S. Tommaso insegna che in ciascuno di noi l’unico soggetto della carità, cioè della massima virtù teologale (cf. 1Cor. 13, 1-13; Ef. 3, 19; Col. 3, 14-17), è la buona volontà libera (cf., per es., De caritate, a. 5, ad 6). E Dante si esprime in un modo convergente (cf. Par., c. 5, vv. 19-24).

Allora: «… Lungi… dall’essere una limitazione, il legame della trascendenza è l’unico principio che libera… [la persona umana]; e più il legame diventa assoluto e trascendente, e più la libertà cresce e diventa assolutamente libera [per partecipazione-creaturalità]» (Fabro, La Preghiera nel pensiero moderno, Segni [Roma], 20153, p. 22). Cf. DS., 141= 248.

Impariamo, infatti, dall’ Aquinate che la nostra volontà libera è del tutto spirituale e analoga a Dio Creatore, grazie prioritariamente a questa sua impareggiabile prerogativa (cf. La Somma Teologica, I-II, q. 9, a. 5), provvidenziale debellamento del criminoso e folle fatalismo-determinismo di ogni ideologia, o sistema, e di ogni epoca, in particolare della nostra in cui la persona singola è politicamente trattata, per dirla col Romeo, come «meno di un’ombra».

Meravigliosamente, pertanto, un illustre teologo rileva: «… La ragione è ordinata all’amore [caritatevole il cui unico soggetto è la buona volontà libera] come mezzo al fine …» (F.M. Gaetani S.I., I supremi destini dell’uomo, Roma, 1951, p. 67. Cf. ivi, pp. 199-272). Al riguardo è pienamente accettabile anche ciò che si legge in F. Varvello S.D.B. Institutiones Philosophiae. Pars III, Ethica, Torino, 19305, p. 201.

In termini pressoché elementari, contro il satanismo di qualsiasi politica ciascuno di noi ha soltanto la possibilità fisica, ma non assolutamente la libertà morale, né di offendere comunque Dio né di danneggiare comunque il prossimo. Cf. S. Tommaso: De Veritate, q. 22, a. 6; La Somma Teologica, I, q. 62, a. 8, ad 3. V., inoltre, E. Lio O.F.M. (1920-1992), «Morale perenne» e «morale nuova» nella formazione ed educazione della coscienza, Roma, 1979, pp. 136-257.

Eppure il neomodernismo si ostina, sempre peggio, nella affermazione di: “coscienza”, “cultura” e “ragione”, le quali non sono affatto l’autentica ragione umana, dono di Dio anch’essa, ma sono “romanticismo”, intriso di astutissime bestemmie di marca edonistico-cabalistica, come già lamentava il Lattanzi. Il tutto, più che mai gradito ai massoni e ai comunisti – in primo luogo clericali e altolocati – che sono i più violenti traditori e profanatori della verità e della libertà cristiano-cattolica. Cf. 2Pt. 2, 1-32; ivi 3, 1-7; Gal. 4-23.

Concludiamo ricordando uno dei più validi e significativi articoli del nostro esegeta: Mons. Antonino Romeo, in «Palestra del Clero», 21, Rovigo, 1979, pp. 1321-1327.

Dopo aver posto in luce i meriti teologico-scientifici del Romeo, lo Spadafora gli rivolge questo doveroso riconoscimento che noi desideriamo estendere a lui:

«… Animo illuminato che ben capiva … i mali che sarebbero derivati alla Chiesa da tutti quei torbidi elementi del sottobosco che influenzavano negativamente i membri del concilio vaticano II e lavoravano intensamente in tale senso …

Il Signore lo ha provato con le sofferenze e lo ha trovato degno di Sé» (ivi, p. 1327).

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ALtri titoli:

- SAN PIO X ENCICLICA COMMUNIUM RERUM (21 aprile 1909) - Il modernismo “setta segreta”

- Convegno trinitario

- Libri ricevuti