RATZINGER:UN ENIGMA RISOLTO

Anni or sono sì sì no no (15 gennaio 1991) si occupò dell’allora cardinal Ratzinger definendolo un “enigma. Oggi sono usciti due libri che ci pare abbiano risolto tale enigma. Vediamoli assieme.

1. Pera e Ratzinger “cristiani per cultura”

Per i tipi della Mondadori di Milano è uscito, qualche giorno fa, l’interessante libro di Marcello Pera Perché dobbiamo dirci cristiani / Il liberalismo, l’Europa, l’etica, accreditato da una lettera altamente elogiativa di Benedetto XVI (che parla, naturalmente, come dottore privato).

Nel suo libro Pera si sforza di mostrare che liberalismo e cristianesimo non solo sono conciliabili, ma addirittura connaturali, coessenziali o congeneri; e purtroppo papa Ratzinger (sempre come dottore privato) gli dà ampiamente ragione. Il fatto mi richiama alla mente la divertente poesiola in romanesco del Trilussa “La cornacchia libberale”: una povera cornacchia tutta nera, simbolo del clericalismo, se ne sta rinchiusa tutto il giorno in sacrestia, mentre le colombe, tutte bianche (simbolo del liberalismo), volano nel cielo “libere e gioconde”. Allora la cornacchia è presa dalla tentazione di “libera[lizza]rsi” e “cambiar colore”; perciò si rotola in mezzo ad un mucchio di farina, diventa bianca bianca e rompe il vetro della finestrella per volare in cielo, finalmente libera dall’oscurantismo della sacrestia. Però volando volando, con lo sbatter delle ali, parte della farina se ne va e la cornacchia si vergogna di trovarsi mezza bianca e mezza nera. Ma una colomba la rassicura: adesso, con “i tempi nuovi”, anche la moda delle signore è cambiata, dal parrucchiere si fanno fare i “colpi di sole” o le “meches”, «eppoi proprio “oggi” che il prete è mezzo libberale e il libberale è mezzo gesuita, se resti mezza bianca e mezza nera, t’assicuri la carriera».

Il libro succitato mi sembra essere la messa in pratica e in teoria della storiella del Trilussa. Vediamo perché. Esso è strutturato in tre parti: la prima sulla conciliabilità tra Cristianesimo e liberalismo; la seconda sulla identità cristiano-giudaico-liberale dell’Europa; la terza sulle nozioni di etica e questione morale.

 

Il “libberale mezzo gesuita”

Pera afferma che “se vogliamo godere delle nostre libertà liberali, dobbiamo essere cristiani” (Ibidem, p. 154). Egli, però, insiste sul fatto che l’asserto è soltanto ipotetico. Infatti «il liberalismo è in crisi1, per superarla bisogna dargli una base etica “cristiana”» (Ibid., p. 102). Dunque, la necessità di essere cristiani è finalizzata all’ipotesi di salvare il liberalismo in crisi. Il Cristianesimo, per Pera, è una specie di “instrumentum liberalismi”. L’Autore chiarisce subito e onestamente che “non si tratta di conversione” (p. 4)2, ma di “coltivare” dei principi, una tradizione, una cultura che, soli, possono fornire le basi etiche (non dommatiche) al liberalismo (p. 5). I “Padri” del liberalismo classico3, secondo Pera, sono Locke, i “padri-pellegrini” fondatori degli Usa (tra cui Jefferson) e soprattutto Kant (p. 5). Ora essi “sapevano che senza un sentimento religioso4 nessuna società, soprattutto la società liberale […], può essere stabile” (ivi). Il Cristianesimo, grazie al concetto di uomo creato a immagine di Dio, “è la religione che ha introdotto il valore della dignità personale” (p. 6). Diciamo subito che Pera non prende in considerazione il Cattolicesimo romano, ossia la religione cristiana quale Gesù l’ha fondata, ma il cristianesimo “riformato”. Come spiega apertamente a pagina 45 in cui contrappone il “cristianesimo storico della Chiesa” di Roma contro cui la modernità ha lottato e il cristianesimo “inclusa la Riforma”, alle radici del quale la modernità europea si è “abbondantemente nutrita”. Dalla concezione dell’uomo immagine di Dio nasce l’idea della dignità assoluta e inamissibile (cioè che non può perdersi in nessun caso) della persona umana. Ma questo – osserviamo – è l’errore personalista, che confonde la dignità remota della natura razionale umana con la dignità prossima della persona, che viene persa se essa non agisce conformemente alla sua natura razionale, cioè fatta per conoscere il vero e ripudiare il falso, e libera, cioè creata per amare il bene e fuggire il male (vedi San Tommaso d’Aquino, Somma Teologica, II-II, q. 6, a. 4 ad 3). Lo Stato liberale, per i “Padri” del liberalismo, ha la “funzione di garante e custode del rispetto dei diritti umani” (p. 7) e basta (del bene comune, come individualismo liberale vuole, neppure un cenno). Pera è liberale e lo dice, ma cerca di dare una sua definizione di liberalismo compatibile (kantianamente) col Cristianesimo. È il “libberale mezzo gesuita” di Trilussa.

Il “prete mezzo libberale”

A pagina 10 del libro in esame iniziano i dolori. Infatti Pera riporta il testo della lettera che Benedetto XVI (sempre come dottore privato) gli ha inviato il 4 settembre 2008 e in cui scrive: “Ella analizza l’essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti, mostrando che all’ essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell’immagine cristiana di Dio […]. Il liberalismo, senza cessare di essere liberalismo ma, al contrario, per essere fedele a se stesso, può collegarsi con una dottrina del bene, in particolare quella cristiana, che gli è congenere”. E qui siamo alla seconda parte della poesia di Trilussa: “il prete mezzo libberale”. Pera parla nel suo libro di “ossimoro”, ossia etimologicamente oxys = acuto e móros (stupido) figura retorica che accosta ad una parola un’altra di significato contrario, per esempio: cerchio-quadrato; giudeo-cristiano; acuto-stupido. L’Autore non applica la parola “ossimoro” a catto-liberale, ma io penso che sia proprio la definizione buona della pretesa di conciliare l’inconciliabile: cattolicesimo e liberalismo. Pera parla anche di “ircocervo”, un animale mitico metà caprone e metà cervo (irco = capro+cervo), che rappresenta l’errore di voler coniugare due concetti inconciliabili, definendo tale errore “una chimera” ossia un’assurdità (p. 135). Tale è appunto il “cattolicesimo liberale”, anche se Pera non sembra avvedersene. Le libertà liberali – egli dice – sono: “ciascuno è libero di perseguire la propria concezione del bene […], ciascuno gode di libertà di coscienza e religiosa” (p. 15). Due errori, però, condannati costantemente dal Magistero della Chiesa, da Gregorio XVI (1831) sino a Pio XII (+ 1958)5, anche se fatti propri da Giovanni XXIII (1958) e i suoi successori sino a Benedetto XVI (2005).

[continua nell'edizione cartacea...]