Stampa
Categoria principale: Anteprime Notizie
Categoria: Anno 2016

Cristianesimo, paganesimo e neopaganesimo

Abbiamo visto nel precedente numero che il paganesimo politeista non si identifica con i più alti esponenti della filosofia greca: Socrate, Platone e Aristotele non apprezzavano i culti della paganitas; e l’accanimento neoplatonico contro il Cristianesimo e in favore del paganesimo fu il frutto non della metafisica aristotelica, ma della “filosofia” combattuta da Aristotele: una “filosofia” teoricamente scettica e praticamente amorale.

 

 

Paganesimo e neopaganesimo

Paganesimo deriva da pagus, ossia villaggio: paganus era il villico, il contadino abitante del villaggio e il paganesimo rifletteva l’ atteggiamento dell’ uomo incolto di fronte ai misteri della natura e della vita.  

«Nell’accezione attuale paganesimo designa (...) l’insieme delle correnti politeistiche e delle pratiche animistiche dell’antichità, in antitesi al cristianesimo (...). Dopo la vittoria del cristianesimo, paganesimo è venuto a significare l’insieme delle credenze e delle pratiche dell’antica religione ormai vinta e rimasta a sopravvivere nei piccoli borghi rurali, S. Agostino diceva: chiamiamo pagani i cultori di molti e falsi dei».[1]

Il paganesimo, tuttavia, come vedremo, non è solo un momento superato della storia religiosa; ancora oggi esso si pone in costante antitesi con il Cristianesimo:

«Il termine paganesimo contiene una nozione teologica che designa (...), la situazione dei gruppi umani non facenti parte dell’Alleanza (...), i pagani sono membri dei popoli che non sono stati raggiunti dalla predicazione cristiana oppure la rifiutano. (...) Il termine neo-pagani, indica la situazione di coloro che si considerano post-cristiani pur essendo battezzati e si rifanno a dèi diversi dal Dio della Bibbia (...).»[2].

 

Il politeismo corruzione del monoteismo

La vera Religione fu fin dal principio rivelata ossia svelata da Dio ad Adamo nel Paradiso terrestre. Avendo, infatti, Dio dato all’uomo un fine soprannaturale, ne venne di conseguenza che Dio stesso dovette istruire l’uomo su ciò che era necessario per raggiungere un tale fine, non bastando a ciò né la sola ragione né la semplice religione naturale.

Dopo il peccato originale e la cacciata dal Paradiso terrestre da Adamo ed Eva (4000 a. C. circa) nacquero Caino (capostipite dei malvagi) ed Abele; dopo la morte di quest’ultimo, per mano di Caino (120 anni dopo la Creazione del mondo), Adamo ebbe un altro figlio di nome Seth (130 anni dopo la Creazione), che fu uomo retto e ceppo dei buoni; tra i suoi discendenti merita speciale menzione Enoch, il quale fu elevato ancora vivo nel “cielo etereo o sidereo” (ove non si gode ancora la Visione Beatifica) e tornerà verso la fine del mondo per combattere, insieme con Elia, l’ Anticristo. La Genesi «invece dell’usuale “morì”, scrive “se lo tolse Dio”, ossia egli fu miracolosamente trasferito, come lo sarà Elia, per il quale usa lo stesso vocabolo “lo rapì”, in una sfera ultra terrena»[3].

Finché i discendenti di Seth restarono uniti tra loro si conservarono retti e fedeli all’unico Dio; ma, quando cominciarono a mischiarsi con i discendenti di Caino, divennero anch’essi malvagi.

«Lamech, discendente di Caino, ebbe due mogli ed iniziò la poligamia e l’imbarbarimento morale (...). Anche i discendenti di Seth si corruppero e sposarono le discendenti di Caino (...) e ne sposarono quante ne vollero. La poligamia si diffuse sempre più, gli uomini tolsero ogni freno alle loro libidini, il timor di Dio svanì, anche i buoni si lasciarono andare alla corruzione (...)»[4].

Essi riempirono il mondo di vizi e scelleratezze avendo ognuno abbandonato le vie del Signore, erano “fugaci nell’amore, tenaci nel delitto”.

«Dio non è indifferente a questa marea montante di male, prova un disgusto profondo. Egli è misericordioso ma anche giusto»[5]. Per la qual cosa li castigò mediante il Diluvio universale (2500 a. C. circa), dal quale si salvarono solo Noè e la sua famiglia.

In mezzo alla depravazione universale, infatti, vi furono alcuni uomini giusti, i quali, coltivando la vera religione monoteistica e le virtù morali, conservarono viva la fede in un solo Dio e nel Redentore venturo da Lui promesso.

Tra costoro vi fu, come si è visto, prima Enoch, amorosamente fedele a Dio. E poi, Noè, della stirpe di Seth, il quale ebbe tre figli: Sem, Cam e Jafet.

Cam mancò di rispetto a suo padre «deridendo, pieno di disprezzo la patria potestas, umiliata dall’ ubriachezza e dalla nudità, per cui il colpevole è declassato come “minore” nei confronti dei fratelli... sarà umiliato perché ha umiliato»[6]. Noè, infatti, lo maledisse assieme alla sua posterità (Canaan e i Cananei), predicendo che i suoi discendenti sarebbero stati soggetti e schiavi dei discendenti di Sem (Semiti) e di Jafet (Indoeuropei).  

Cam non fu condannato assieme alla sua etnia in quanto razzialmente inferiore, ma siccome aveva peccato sarà posto in uno stato di sudditanza e d’inferiorità verso i Semiti e gli Indoeuropei. Questo non è un passaggio razzista della Bibbia ma ci insegna che i peccati degradano l’uomo  e i popoli: se un popolo si dà agli ozi e ai vizi, decadrà e ben presto si abbrutirà e verrà sottomesso da un altro, non a causa di una sua inferiorità razziale, ma a causa del suo disordine morale.

 

Il dilagare del politeismo

I discendenti di Sem, Cam e Jafet vollero innalzare una torre, presso Babilonia, che toccasse il Cielo, per sfidare ed eguagliare l’Altissimo; il Signore sdegnato confuse le loro lingue ed essi dovettero desistere dall’innalzare la Torre di Babele e si dispersero nel mondo (2400 a. C. circa).

A Jafet toccò l’Europa con l’Asia minore (Grecia, Anatolia, Caucaso, Bielorussia, Persia), a Sem l’Asia orientale (Siria e Deserto Arabico), a Cam l’Africa (Canaan ed Egitto)[7].

Da Sem discende Eber (da cui deriva la parola “ebreo”, ossia discendente di Eber e di Sem) e da Tare, suo discendente, nacque Abramo (2000 a. C. circa), in Ur di Caldea, ove pur si adoravano gli idoli, i falsi dèi e i demòni perché il Politeismo, che dà alle creature il culto di latria dovuto solo a Dio, aveva ormai invaso il globo terraqueo.

L’idolatria politeistica, degenerazione del Monoteismo adamitico, era stata propagata dal malvagio Cam, insieme alla magia, in Africa e specialmente in Egitto ove ancor oggi è di casa. L’idolatria si estese poi in tutto il mondo, essendosi sempre più oscurata la nozione di un solo vero Dio. Dio, però, strinse un’alleanza con Abramo, perché la sua discendenza mantenesse il Monoteismo e preparasse l’avvento del Redentore Gesù Cristo.

Anche secondo gli esegeti tedeschi Ignazio Schuster e Giovan Battista Holzammer, la costruzione della Torre di Babele e la dispersione dei popoli, che sino ad allora, malgrado la decadenza morale, si erano mantenuti nel culto dell’ Unico vero Dio, segnano il sorgere del Paganesimo idolatra e politeista.

La sacra Scrittura definisce l’ idolatria come degenerazione, corruzione inescusabile e maledetta e mette in rapporto l’idolatria con la depravazione dei costumi, che fece scivolare sempre più l’uomo verso l’abisso della superstizione e l’ aberrazione del politeismo. Infatti si finisce per pensare come si vive: se si vive bene – secondo la Legge divina – si pensa bene, ma se si vive contro i comandamenti di Dio, si perde anche la retta nozione dell’Altissimo e la fede genuina.

Tuttavia la degenerazione non fu improvvisa – “Nemo repente fit pessimus” (S. Bernardo) – ma lenta e continua; l’umanità passò così gradualmente dal Monoteismo al Politeismo.

L’idolatria scrive S. Atanasio (Commentarius in Sapientiam), è una “degenerazione, in quanto ad essa è collegata una corruzione morale causa di falsa fede” (cfr. Rom., I, 20 ss.). L’idolatria, a sua volta, portò all’immoralità più spaventosa (cfr. Rom., I, 28 ss.): le passioni sregolate e i vizi cominciarono ad essere adorati e non più solamente vissuti, sino ad arrivare ai sacrifici umani (v. il culto di Moloch, presso i Cananei, discendenti di Cam e Canaan, i culti orgiastici et coetera).

Giustamente, perciò, S. Paolo ha scritto che l’idolatria pagana (da lui ben conosciuta da vicino) non era un culto di Dio, ma del diavolo (“ciò che le Genti immolano, lo offrono ai demòni e non a Dio” 1ª Cor., X, 20). I Padri della Chiesa ammettono unanimemente questo fatto e la S. Scrittura dice: “Tutti gli dèi delle Genti, sono demòni” (Salmo 95,5)[8].

Satana e il paganesimo

Satana è il “prìncipe di questo mondo” (Giov., XII, 31), addirittura “il ‘dio’ di questo mondo” (II Cor., IV, 4). Tale dominio, non assoluto, di satana durerà sino alla fine dei tempi, pur essendo scemato a partire dalla morte di Cristo;  satana ha sempre il potere di spingere gli uomini al peccato e di renderli così suoi schiavi; il sogno millenarista di un’era di assoluta pace in questo mondo, senza alcuna tentazione, è un’utopia condannata dal Magistero ecclesiastico.

Sin dal peccato originale satana fa dilagare il male e la morte tra tutti i figli di Adamo (Rom., V, 12-14). Sant’Agostino afferma che il regno di satana è “quasi un corpo mistico”, scimmiottatura della Chiesa di Cristo (Hom. XVI in Evangelium), S. Gregorio Magno lo riprende e scrive: «Il demonio è capo di tutti gli iniqui e tutti gli iniqui sono membra di questo capo» (Moralia, IV, 14). Monsignor Antonino Romeo, a sua volta, scrive: «Il satanismo più profondo e capillare è l’apoteosi e il culto dell’uomo, con riduzione della religione a cosa libera e facoltativa»[9]. Così sappiamo che cosa pensare del neomodernismo “conciliare”, del Concilio e, in particolare della Dignitatis Humanae.

Sull’argomento vi sono due scogli da evitare:

  1. a) negare l’esistenza di satana e del satanismo (errore per difetto);
  2. b) fare di satana una divinità (superstizione per eccesso).

«La credulità pagana adultera il concetto di satana per farne una divinità malvagia da servire o da conciliarsi nell’interesse personale. Donde, nel mondo pagano, derivano offerte per placarlo e mille altre pratiche tuttora sussistenti. Il culto del serpente, largamente esercitato nel mondo antico (Egitto, Oriente semitico), si diffuse da est ad ovest, da sud a nord... Presso gli gnostici, satana era identificato con il serpente del paradiso terrestre, ed è esaltato per aver rivendicato i diritti dell’ Uomo rivelando ad Adamo caduto la gnosi del bene e del male, insegnando la ribellione al comando del Creatore. Figure di satana sono Caino, Esaù, e soprattutto Giuda che ha cercato di affrancare l’umanità da Gesù. Gli gnostici erano organizzati in sette segrete... Il movimento cataro-albigese, il manicheismo hanno esaltato satana. Oggi ancora i Kurdi Yazidi (alta Mesopotamia) e i musulmani sunniti adorano “Iblis ”(diavolo)»[10].

Il culto di satana si concentra nelle retro-logge massoniche tramite le messe nere e i riti orgiastici; perciò monsignor Ernest Jouin definisce la massoneria  “contro-chiesa universale” e monsignor Meurin la “sinagoga di satana”.

 

Il neopaganesimo ovvero il ritorno del paganesimo

È la sfida sacrilega contro Dio, l’affermazione luciferina dell’Io assoluto, che dalla primordiale cabala pervertita e dalla paganità riaffiora con l’umanesimo e il rinascimento (XV e XVI secolo), il protestantesimo, l’illuminismo e il libertinismo liberale (XVIII secolo), il massonismo illuminato e spiritualista di Claude de Saint Martin, il socialismo dei Saint-simoniani (XIX secolo), di Marx e Proudhon, l’anarchia nichilistica di Max Stirner, il laicismo borghese risorgimentale, e l’irrazionalismo nichilistico-teoretico volontarista ed irrazionalista di Nietzsche, sino alla filosofia post-moderna del Novecento[11].

Parte integrante del satanismo è la magia, di cui furono culla i Medi, i Persiani, Babilonia e la Mesopotamia.

Anche la stregoneria è strumento del satanismo, spiega il professor Gustavo Maria Apolloni, «contadini e popolani, quando la medicina ufficiale – a lor parere  –  non riusciva a raggiungere lo scopo, ricorrevano (e tutt’ora avviene) alle streghe, che somministravano succhi di erbe allevianti, quali le solanacee (...) e decotti stupefacenti, quali l’oppio, la canapa indiana, che producevano uno stato di delirio (...). Cerimonia iniziale della carriera stregonesca era un patto col demonio, (...) e particolari cerimonie, in cui rientravano, sacrifici cruenti sino all’omicidio rituale, con una liturgia in onore di Satana, possibilmente mediante un prete apostata»[12].

Il “mistero” di Roma

Nelle sue Meditazioni sugli Atti degli Apostoli (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2008) don Divo Barsotti insiste sul concetto seguente: come nei Vangeli Cristo doveva salire a Gerusalemme per compiere la Redenzione del genere umano, così negli “Atti” Pietro deve andare a Roma per portare i frutti della Redenzione al mondo intero di modo che non restassero rinchiusi nei confini angusti della sola Giudea, ma realmente fossero alla portata di tutti, “giudei e greci”.

Gli “Atti” ci fanno capire l’ importanza che Dio ha riservato a Roma nell’economia della salvezza della Nuova ed Eterna Alleanza, la quale ha rimpiazzato definitivamente la Vecchia Alleanza. Roma prende il posto di Gerusalemme e tutti i popoli sono chiamati alla Roma di Pietro (capitale della religione della Nuova Alleanza) e non più i soli giudei.

Infatti “gli Atti degli apostoli portano in sé il mistero di Roma. Lo Spirito Santo vuole che Paolo [come già Pietro] lasci l’Asia, la sua patria, ed entri in questo mondo sconosciuto della civiltà greca (…) [dove imperano] la cultura greca e la potenza romana” (ibidem, p. 302). Potenza che è fatta di forza (virtus) e di diritto (ius) per civilizzare il mondo barbaro e renderlo Stato o società civile. Su questa società civilizzata naturalmente dal diritto romano e dalla metafisica greca si innesterà il Vangelo, come la grazia si innesta – senza distruggerla – sulla natura e la perfeziona (San Tommaso).

Il Barsotti distingue bene l’ idolatria della religione popolare pagana, che era intrinsecamente malvagia, dalla filosofia e dal diritto pagani, che erano naturalmente buoni e retti e preparavano alla grazia (ibidem, p. 319). Il Vangelo non è soltanto il compimento soprannaturale e rivelato dell’Antico Testamento, ma anche della ragione e del diritto naturale della paganità greco-romana. Nulla di meno cattolico del Bajanesimo, come del sincretismo o dell’ esoterismo dell’unità trascendente di tutte le “religioni”.             

Atene e Roma, sono ordinate – naturalmente – dalla Provvidenza alla diffusione del Vangelo in tutto il mondo civilizzato, come l’Antico Testamento era ordinato – soprannaturalmente – dal Dio Trino alla rivelazione del Nuovo Testamento. Il bacino del Mediterraneo (Gerusalemme, città dei Profeti, Atene, città della filosofia, Roma, città del diritto) è il luogo che Dio ha eletto per sua pura bontà, ad essere la culla della Rivelazione, della cultura e della legge, che porteranno, pian piano, la vera religione in tutto il mondo. “Possiamo, se vogliamo essere cattolici, liberarci dalla metafisica greca? Come  il cristianesimo assume i valori dell’Antico Testamento, così assume il linguaggio dei greci (…), come non possiamo fare a meno dell’Antico Testamento, così non possiamo più fare a meno della metafisica classica” (ibidem, p. 323). Voler rinunciare a Platone ed Aristotele è una sorta di marcionismo naturale. “La missione del cristianesimo è universale (…) in quanto completa e perfeziona tutte le attese del mondo antico” (ibidem, p. 324).

Don Barsotti dimostra – poi –come Roma che all’inizio, con Pilato, aveva mal sopportato (senza opporvisi) la pressione giudaica contro Gesù, pian piano non sopporti più la perfidia giudaica, promotrice delle persecuzioni contro il cristianesimo tramite il braccio armato romano.

Tuttavia, se all’inizio “l’impero romano non è come il giudaismo, i tribunali romani non sono come il sinedrio, Roma e i suoi tribunali sembrano assumere un atteggiamento favorevole all’ evangelizzazione cristiana” (ibidem, p. 343), col passar del tempo e soprattutto a partire da Nerone (†68) e Domiziano (†96) come “il giudaismo ha rifiutato Cristo e il giudaismo è stato rifiutato da Dio, ora l’impero rifiuta il messaggio cristiano e l’impero così è abbandonato da Dio alla sua dissoluzione e rovina” (ibidem, p. 344) che avverrà in maniera definitiva ad opera dei barbari nel V secolo.

 

Roma muore pagana perché risorga cristiana

Paganesimo è assenza di ordine soprannaturale, onde le virtù acquisite dei pagani non possono essere perfette[13], ma non si può nemmeno dire (come diceva Bajo) che sono peccaminose in sé; esse possono essere perfezionate dalla grazia di Cristo che le rende soprannaturali e le ordina al loro fine ultimo.

Infatti le azioni, in sé naturalmente buone dei pagani, miravano agli onori, alla gloria, alla fama terrena, ma si deve ammettere che queste virtù naturali acquisite, pur non essendo ordinate al fine ultimo e non avendo valore soprannaturale, permisero agli antichi Greci e Romani di vincere alcune passioni sregolate e di giungere ad un grado elevato di cultura, di ordine e disciplina individuale e sociale così che Dio si servì della cultura greca e della potenza ed ordine di Roma per diffondere il Vangelo in tutto il mondo, nonostante le persecuzioni della sinagoga e dell’impero romano.

 

La religione romana

I Romani appartengono al ramo latino di quella immigrazione di Italici, di stirpe indoeuropea, i quali nel terzo millennio a. C. calarono nell’Italia popolata allora da genti neolitiche: Liguri, Euganei (attuali Veneti), Elimi (attuali Siciliani), indigeni di Sardegna e Corsica. Questa prima ondata di Italici andò ad abitare nella pianura padana.

Nel primo millennio a. C. vi fu la seconda ondata immigratoria, da paesi transalpini, nell’Italia centrale (Sabina, Terni, Lazio). I Romani divennero un popolo di agricoltori; la loro religione era fatta per soddisfare le esigenze di un popolo agricolo, perciò ricca di precisazioni etico-giuridiche che davano a ciascuno ciò che gli spettava per garantire i confini della proprietà e i tranquilli rapporti personali: “Non sviluppi teologici, non ricami di mitologia, non trasporti di misticismo, ma riconoscimento delle potenze divine, ciascuna limitata nel suo ambito e non in parentela con le altre”[14].

Il culto pubblico a Roma era offerto dal sacerdote, colui che compie l’azione sacra e la religione era un elemento dell’ingranaggio statale, sottoposta all’autorità suprema della Polis, perché a Roma “lo stato fu più che altrove onnipresente e accentratore”[15]. Il sacerdote è un semplice esperto del rituale, un liturgista, senza posizioni dottrinali da tutelare. Quando Roma divenne padrona del mondo si arrivò al culto imperiale: lo Stato era accentrato in una persona che era considerata semidivina.

Il cristianesimo era, però, fondato sull’unità e trascendenza di Dio; perciò rifiuta il culto imperiale ed entra in conflitto con lo Stato romano.

 

Concezione pagana e concezione cristiana dello Stato

La concezione politica del paganesimo è naturalista, ossia il termine ultimo dell’uomo e della società è l’esistenza terrena e le cose visibili, non vi è nulla al di là e al di sopra dello Stato, è una sorta di panstatismo che assorbe l’individuo totalmente (totalitarismo). Stato e religione sono una sola cosa, anzi la religione è al servizio dello Stato, è un istrumentum regni. Inoltre “la religione pagana greco-romana non aveva né dogma né morale derivante da esso ed era naturalista essa stessa, i suoi dèi non erano Enti trascendenti e personali, ma degli esseri umani mitologizzati[16].

Il cristianesimo apportò due idee nuove, che mancavano alla paganità: la trascendenza del Dio personale e la provvidenza divina.

1) La trascendenza divina

Dio è essenzialmente distinto dal mondo e dall’uomo e con ciò ogni panteismo confusionista era debellato. Inoltre il cristianesimo non era la religione di una tribù, o di una città o di un sol popolo, era una religione universale, pur rispettando le diverse mentalità, culture, modi di vivere, tradizioni locali, ove non contenessero elementi contrari alla sana ragione, al dogma e alla morale. Lo Stato cessò di essere una divinità assoluta e totalizzante, per divenire l’unione di più uomini in vista di un fine sotto un’autorità che procurasse il benessere comune temporale della comunità.  

Inoltre siccome ciò che è terreno e temporale – per la gerarchia dei fini – è inferiore a ciò che è celeste e spirituale, lo Stato deve essere sottomesso alla Chiesa, come il corpo all’anima, ed aiutarla a condurre le anime in Paradiso mediante una buona legislazione che renda possibile una vita morale già su questa terra.  

2) La Provvidenza

Se Dio è personale e trascende infinitamente ogni creatura (anche angelica) tuttavia è Creatore ed essendo Bontà infinita si prende cura delle Sue creature: quelle irrazionali sono governate da leggi fisiche e quelle razionali le conduce per mano, giorno dopo giorno, passo dopo passo, al loro fine soprannaturale, rispettando la loro libertà.

Lo Stato è una creatura di Dio, perché l’uomo è un animale sociale per natura, e quindi Gli deve onore e gloria come tutte le altre creature. In particolare lo Stato deve essere subordinato al potere spirituale – la Chiesa – che Dio ha stabilito sulla terra per il benessere comune soprannaturale degli uomini.

Cessa così ogni forma di statolatria pagana, di Cesarismo, di panstatismo o totalitarismo politico, che riappare ogniqualvolta l’uomo e le nazioni si allontanano da Cristo e dalla Sua Chiesa.

 

La persecuzione del cristianesimo

I primi tre secoli dell’èra cristiana furono caratterizzati da gravi persecuzioni da parte del paganesimo contro il cristianesimo; tuttavia – scrive Marta Sordi – “ogni generalizzazione è scorretta, sia quella che faceva dei tre secoli una persecuzione continuata, sia quella che tende a minimizzare la portata delle persecuzioni[17].

Lo scontro era, in fondo, inevitabile, data la contrapposizione tra il cristianesimo e il panstatismo pagano, ma è noto che nelle persecuzioni dei primi tre secoli giuocò un ruolo fondamentale la “gelosia giudaica e lo ‘zelo’ male illuminato per la religione dell’Antica Alleanza (…). Ma lo ‘zelo’ aveva le sue radici in un amore impuro. Si credeva di difendere Dio mentre di fatto non si difendeva che il proprio privilegio” (Divo Barsotti, op. cit., p. 315).    

“Come nella passione di Cristo, così anche ora (nella passione dei cristiani) sono i giudei che muovono guerra. La dilatazione della comunità cristiana era per il giudaismo l’annunzio della sua morte e perciò la sua lotta (contro il cristianesimo) era il suo rifiuto di morire. Con tutta la sua forza il giudaismo doveva combattere l’ avanzata del cristianesimo per sopravvivere” (ibidem, p. 367); “lo ‘zelo’ per Dio, che manifestavano i giudei, era più impuro dell’ingenua idolatria dei pagani” (ibidem, p. 272).

“La prima occasione di scontro fra l’Impero Romano e il cristianesimo – continua Marta Sordi – fu il processo di Gesù… In questi ultimi decenni, alcuni studiosi hanno tentato di ribaltare l’impostazione data al processo dai Vangeli, attribuendo al potere romano e non all’autorità giudaica l’iniziativa del processo stesso. […]. Dal punto di vista scientifico, le argomentazioni di questi studiosi si sono rivelate assai fragili e di facile confutazione… Per i Vangeli l’iniziativa fu dei Giudei, anche se l’esecuzione fu dei Romani. Tutti e quattro i racconti [dei Vangeli] mostrano determinante la responsabilità dei Giudei e riducono la parte avuta da Pilato nella morte di Gesù al suo cedimento, contro voglia, alle sollecitazioni dei sommi sacerdoti e della folla”[18].   

Secondo la insigne studiosa di storia greco-romana, lo scontro tra Impero romano e cristianesimo fu prima di tutto uno scontro religioso: il cristianesimo fu perseguitato come religione e la conversione di Roma a Cristo fu in gran parte determinata dall’avvicinamento di molti, disgustati dalla corruzione del presente, ad una religione che implicava un severo impegno e la pratica austera di virtù personali e familiari. “Io credo – scrive la Sordi – che la conversione del mondo pagano al cristianesimo sia innanzi tutto una conversione religiosa e che l’immensa forza di attrazione che la nuova fede esercita, fin dall’inizio, nel più grande Impero antico e nella sua cosmopolita capitale, sia rivelata dalla sua capacità di rispondere alle esigenze religiose più profonde dell’anima umana, che erano anche, nel particolare momento storico in cui il cristianesimo entrò nel mondo, le esigenze religiose del mondo romano”[19]. Il cristianesimo seppe rispondere alle domande appassionate che si ponevano gli uomini e particolarmente gli antichi Romani e conquistò il mondo antico.  

Il cristianesimo non era un fenomeno rivoluzionario: esso accettava lo Stato e Cesare in quanto “stabilito al potere dal nostro Dio” (Tertulliano, Apologetica 33, 1), ma non poteva ammettere il culto imperiale quasi fosse una divinità; obbediva e combatteva per Roma in quanto potere politico stabilito da Dio “dal quale discende ogni potere”, ma rifiutava di offrire l’incenso agli dèi e all’ imperatore divus Caesar. Vi fu tuttavia una sorta di resistenza pagana prolungata contro il cristianesimo portata avanti da una piccola aristocrazia intellettuale molto legata alle prische tradizioni, che agiva in nome di una “tolleranza” che i cristiani erano accusati di non avere (Proclo, Giàmblico, Giuliano l’Apostata, Porfirio) e della quale oggi Alain de Benoist si fa l’araldo e il continuatore

 

Intolleranza dottrinale e tolleranza pratica del cristianesimo

Il salmo recita “Omnes dii gentium demonia” e San Paolo scrive: “I sacrifici dei pagani sono offerti ai demòni” (1a Cor., X, 14). Celso, nel 178, scriveva che i Cristiani si vantavano di poter sbeffeggiare ed anche percuotere le statue degli dèi senza subirne la vendetta.

In realtà il cristianesimo, presentandosi come l’unica religione, aveva una forte carica di intransigenza dottrinale e di “pensiero forte” nei confronti della civiltà romana, pluralista, scettica, inficiata da “pensiero debole” e oramai in profonda decadenza morale e trionfò sulle altre troppo accomodanti religioni orientali e sullo scetticismo di Roma grazie alla sua intransigenza dottrinale, alla fede nella divinità del proprio Credo e all’intolleranza verso il panteismo politeista  pagano.

“Bisogna distinguere l’ intolleranza di principio [o dottrinale], cioè l’indisponibilità a scendere a patti o ad accettare compromessi con l’ avversario, dall’intolleranza di fatto che conduce ad attivare… misure violente e repressive. Come è stato possibile – si domanda Pier Franco Beatrice – che il cristianesimo sia passato… dalle grandi affermazioni di principio contro l’idolatria e i culti pagani alle vie di fatto di comportamenti dichiaratamente persecutori nei confronti dei suoi persecutori di una volta?”[20]. San Giovanni Cristosomo, verso il 380, anticipava la risposta all’obiezione, asserendo che nessun imperatore cristiano aveva inviato i pagani ad bestias[21].   

Occorre precisare che, se i pagani non furono mandati al Colosseo in bocca ai leoni, il cristianesimo non riconosceva diritto all’errore in foro esterno e pubblico, ma tollerava la superstizione in foro interno e in privato.

Certamente il cristianesimo operò una censura di errori intellettuali e di deviazioni superstiziose pagane e rafforzandosi sempre più abolì i culti pubblici pagani: “Cesset superstitio, sacrificiorum aboletur insania” (Codex Theodosianus, 16, 10,2). D’ altronde i templi non erano solo luogo di culto pagano oramai abolito, ma anche ritrovi per feste, giochi, divertimenti dei quali il cristianesimo non voleva privare il popolo, perciò, pur volendo debellare la superstizione, volle salvare i templi utilizzandoli per adunate popolari a condizione che non servissero al culto pagano; ma, siccome il paganesimo rurale  “massacrò sacerdoti e distrusse chiese cristiane” (S. Agostino, Ep. 91), il cristianesimo dovette ordinare, in certi casi e circostanze, la demolizione dei templi per “togliere ogni materia alla superstizione” (Codex Theodosianus 15, 1, 36).

Gli Apologisti cristiani dei primi secoli furono intransigenti nello svilire fedi e culti pagani. Giustino, martire, “scrivendo nella metà del II secolo, sosteneva che i poeti pagani e i compositori di miti erano stati sviati in quanto avevano confuso i demòni malvagi con gli dèi e avevano così cantato le loro azioni (1 Apol. 5, 4 ; 2 Apol. 5)[22]. Anche Atenagora, intorno al 177, scriveva che i demòni erano responsabili delle bizzarrie dei culti pagani (Supplicatio 26). Firmico Materno scrisse attorno al 346 il De errore profanarum religionum per chiedere agli imperatori di estirpare il paganesimo che “era sbagliato in toto ed era opera del demonio”[23]. Rufino di Aquileia nel 402 nella sua Historia ecclesiastica scriveva che “il paganesimo è un errore mostruoso, opera del demonio, che è il ‘bugiardo’ per antonomasia. Illusione, frode, inganno, menzogna sono presenti dappertutto: le credenze dei pagani sono solo errore e superstizione, il culto che vi si collega è solo magia, delitti e dissolutezze. L’insieme è un’enorme truffa ispirata dai demoni, i cui aiutanti umani – i sacerdoti pagani – si fanno beffe dei malcapitati fedeli, più vittime che colpevoli”[24].

Il paganesimo, essendo una sorta di divinizzazione di esseri umani, era un sacrilegio ed un’idolatria in quanto  tributava alle creature (dèi) l’onore dovuto solo al Creatore. Già S. Paolo scrive: “dico che i sacrifici dei pagani sono offerti ai demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entrate in comunione con di demòni” (1a Cor., X, 14, 19-20). In quest’ ottica respingere la comunione coi demòni significava necessariamente distruggere i falsi idoli, che sono come il corpo o la materializzazione del diavolo. Per S. Agostino la distruzione delle statue degli dèi pagani sancisce il fallimento del paganesimo (De Civ. Dei, III, 12).

 

La “tolleranza” pagana e neopagana         

“La visione tipicamente liberale e pagana, secondo la quale si doveva lasciar sussistere intatta la tradizione religiosa dei popoli, si fonda in larga parte su un atteggiamento scettico e al contempo conservatore [simile a quello della ‘nuova destra’ di Alain de Benoist] che si trova in nettissima opposizione con la convinzione religiosa del cristiano: dal momento che – per lo scettico – non si può conoscere la verità… è meglio lasciare tutto così com’è; è meglio riconoscere la veneranda cultura di ogni popolo e con esso la religione in toto[25].  

Ogni popolo – per il paganesimo – possiede una propria tradizione, una propria usanza religiosa e tradizioni ed anzianità danno autorità alle religioni; perciò tutto ciò che gli uomini venerano deve essere considerato come una sola e medesima cosa, e tutte le vie conducono alla divinità, anzi, come scrive Simmaco a Valentiniano II “per una strada sola non si può giungere a un così grande mistero” (Relatio III, 10). Come non riconoscere in tali espressioni le teorie neo-pagane di Giuliano l’Apostata (Contra Galileos), Evola, Guénon, de Benoist?

Occorre sottolineare che l’invito alla tolleranza deriva da una teoria di indifferenza scettica o pluralismo ed opinionismo liberale filosofico proprio del paganesimo o del neopaganesimo, onde tutti i culti hanno uno stesso ed identico valore, ma tali opinioni sono presupposti dogmatici, perché lo scetticismo che afferma di non poter conoscere la verità è certo di non poterla conoscere e questo è il suo dogma o certezza ferma.

Tali idee, tale scetticismo filosofico e religioso, teoretico e pratico, hanno un nemico solo o principale, che si chiama cristianesimo, secondo il quale l’uomo ha delle facoltà conoscitive che non lo ingannano e può arrivare a trovare la verità con certezza, anche se non tutta e totalmente, con la ragione naturale e con l’aiuto estrinseco della Rivelazione.

“Voi dite – rispondeva S. Ambrogio a Simmaco – che una strada sola non basta per giungere alla conoscenza del mistero divino. Ma la voce di Dio ha già rivelato  a noi [cristiani] quello che per voi [pagani] costituisce ancora un mistero!” (Epist. XVIII a Valentiniano II per confutare la Relatio di Simmaco).

Ogni scetticismo, antico e moderno, odia la metafisica e il cristianesimo che è la religione dell’Essere stesso sussistente (Ego sum qui sum), perché lo scetticismo, negando la capacità di conoscere la realtà, cade nel nichilismo: resta solo il nulla, l’essere non è conoscibile e non esiste. Lo scetticismo è antimetafisico per essenza; onde non ci si deve stupire se tra gli avversari del cristianesimo troviamo il paganesimo antico e l’immanentismo moderno, entrambi fondati sul relativismo, l’agnosticismo e il pluralismo.

Quando Evola critica il cristianesimo si rifà ad autori scettici e pluralisti come Proclo, Porfirio, Giàmblico, Giuliano l’Apostata, che lo portano ad abbracciare – senza contraddirsi – l’idealismo magico di Schelling e la moderna e modernista filosofia idealistica tedesca.

Il paganesimo e il neopaganesimo più che antisemiti sono anticristiani. Giuliano l’Apostata voleva ricostruire il terzo tempio di Gerusalemme (come Ariel Sharon), ma odiava Gesù. Perché? Perché era uno scettico e non sopportava l’ intransigenza intellettuale, il dogmatismo cristiano (come lo chiamano spregiativamente i massoni, anch’ essi “costruttori” del Tempio). Gli scettici più che il giudaismo post-biblico odiano il mosaismo e il Vangelo che ne è il complemento e si rifanno alla cabala rigettando l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento che sono l’unica vera religione dell’unico vero Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, il quale non accetta falsi idoli e false superstizioni.

  “L’osservazione delle diversità delle nazioni (così cara oggi a de Benoist) secondo le loro particolarità etniche e la loro cultura nazionale costituiva l’argomento principale di Giuliano, con cui egli spiegava e giustificava la molteplicità delle divinità nazionali (Contra Galileos). Il suo rimprovero principale al cristianesimo, e quasi l’unico rimprovero all’ebraismo, riguarda il primo comandamento. Mosè avrebbe osato fare un unico Dio di uno dei particolari dèi nazionali…, e in ciò Giuliano vede il peccato originale del mosaismo e del cristianesimo… come il neoplatonico Celso”[26].

L’opinione secondo la quale i popoli dovrebbero restare nella loro rispettiva religione, non è nuova, non la sostiene per la prima volta Jean Servier o Mircea Eliade (ed oggi i neomodernisti del Vaticano II), ma era conosciuta già dai Padri della Chiesa e condannata come erronea. È sbagliato pensare che essa sia stata possibile solo dopo la rivoluzione francese. No, essa ha antenati antichissimi, non è affatto un fenomeno moderno, ma si perde  nella “notte dei tempi”, quando, dopo il peccato di Adamo, la maggior parte dell’umanità aveva smarrito la retta ragione e corrotto i costumi sotto l’influsso malefico di satana che dopo aver fatto peccare Adamo, sparse il suo veleno nel mondo intero. Quando è venuto Cristo ad universalizzare il monoteismo affidato – ad tempus – al solo Israele il furore di satana raddoppiò e voleva che il mondo restasse nelle tenebre del paganesimo idolatra e corrotto e non poteva sopportare che l’Unico vero Dio e l’unica religione fossero portati e predicati al mondo intero. Ecco perché il giudaismo postbiblico, farisaico e talmudico, e il paganesimo hanno odiato e perseguitato Cristo e la sua Chiesa.

I filosofi che hanno sostenuto – in passato – la tolleranza intellettuale e pratica tipica del paganesimo sono: Celso, Giuliano l’Apostata, Simmaco, Proclo, Porfirio, Giàmblico; e nell’era moderna Pico, Ficino, Giordano Bruno, Spinoza e, nella postmodernità, Nietzsche, Guénon, Evola, Righini, De Giorgio, Schuon, Mordini, Plebe, Zolla, de Benoist, Tarchi. I missionari cattolici hanno operato la conversione di molti popoli e la cristianizzazione del mondo, non ignorando tali opinioni gnostiche ed esoteriche, derivate dalla cabala spuria, ma combattendo una dura ed intransigente battaglia dottrinale e pratica contro di esse.

 

Conclusione

  1. Ambrogio, Vescovo di Milano, asseriva: vi è un solo vero Dio, il Dio di Abramo e dei Cristiani, è solo Lui che tutti gli uomini devono adorare, perché gli dèi dei pagani sono demòni o alterazioni rustiche e ignoranti della nozione dell’unico vero Dio che Adamo ha trasmesso ai suoi figli (Ep.17). S. Ambrogio confutava non solo il paganesimo, ma la sua base filosofica il relativismo agnostico e scettico e la tolleranza liberale di principio.

Tra paganesimo e cristianesimo (comprendente l’Antico e il Nuovo Testamento) non vi è conciliabilità; tra cabalismo talmudico, gnosi, esoterismo vi è affinità, parentela, filiazione che le unisce nell’odio infernale contro Cristo e la Sua Chiesa, odio che è riesploso – dopo aver covato durante il medioevo – con l’ umanesimo il rinascimento ed è diventato più agguerrito con la filosofia moderna da Cartesio a Hegel e quella postmoderna da Nietzsche a Popper, portandoci all’attuale nichilismo dogmatico e morale e alla distruzione dell’uomo.

Se per Simmaco vi sono molte vie per giungere alla divinità, per Cristo vi sono solo due vie: una che conduce alla perdizione, ed è larga e spaziosa – poiché vi affluiscono anche le molteplici vie di Simmaco e degli stregoni cabalisti, pagani e neopagani – e l’altra che conduce alla salvezza, ed è stretta ed angusta, poiché è solo quella dell’Antico e Nuovo Testamento. Prudenzio scriveva: “Sentieri secondari della strada sbagliata ce ne sono molti, come molti sono gli dèi, gli idoli, i demoni nei templi… È un’illusione credere che i culti pagani portino a Dio; che i cristiani e i pagani giungano alla stessa meta. L’idolatria conduce solo alla fine contraria alla vita: alla morte definita ed eterna. Altre religioni non sono vie di salvezza; infatti il demonio non lascia andare al Signore della salvezza, ma mostra l’itinerario della morte, attraverso false strade… Allontanatevi, pagani (Ite procul, gentes), non vi sono strade in comune tra voi e il popolo di Dio! Allontanatevi (discedite longe)!”[27]

“Questa è la voce dei Padri della Chiesa: che piaccia o no. È la voce della Chiesa del primo periodo che non voleva che il non cristiano rimanesse fermo nella sua cultura non cristiana, ma che desiderava una duplice conversione: dell’uomo e della cultura. […] la conversione pur trasformando interamente non distrugge, essa esprime un nuovo orientamento (converti a tenebris ad Lucem/convertirsi dalla tenebre alla Luce) ma non una rinuncia al proprio carattere, si tratta di un radicale riordinamento, di una riarticolazione, di una riorganizzazione, senza distruggere ciò che viene riorganizzato; è la trasformazione radicale e morale dell’uomo. Gli Apostoli – diceva S. Giovanni Crisostomo – non hanno distrutto i loro avversari, ma trasformati”[28].

 

Il Santo Rosario

Tono dolce nei misteri gaudiosi: arpeggi che si snodano sulla tonalità del mistero.

Tono flebile nei misteri dolorosi: accordi in sordina nell'orazione mia nell'orto; accordo di strappi multipli nella flagellazione; accordi pizzicati nella coronazione di spine; accordi striscianti come gemiti nella condanna a morte e nel peso della Croce; accordi tremolanti, nelle corde acute, e cambi di toni, come singulti, nella mia crocifis-sione e nella mia morte.

Arpeggi di amore nei misteri gloriosi. Le dita toccano i grani della corona, e l'anima esulta nel mio trionfo. (...) Accordi vibranti come guizzi di fiamme nei toni dell'Infinito Amore che si dona, e toccando le intime fibre dell'anima degli Apostoli, li muta in suoni invitanti alla vita di pace.

Don Dolindo Ruotolo

 

  1. Basilio scriveva che il paganesimo costituisce una sostanza ma scipìta, se i cristiani riescono a salarla mediante il Verbo, allora si trasforma e diviene commestibile. Il paganesimo non è il male assoluto (come dirà poi Bajo) ma gli manca una qualità, una perfezione e ciò lo rende inutilizzabile così com’è. C’è bisogno di una totale trasformazione, che non deve distruggere la sostanza, ma deve solo darle le qualità mancanti. Quindi conservare per trasformare. Inoltre la trasformazione non può derivare dal paganesimo stesso, ma dall’intervento di Cristo (In Isaiam, 9, 228).
  2. Agostino specifica che tutto viene conservato e non distrutto a condizione che non sia di ostacolo alla religione cristiana (De Civitate Dei, 19, 17). Quindi la conversione, pur escludendo la distruzione, implica la purificazione, perché la vera conversione non può tollerare ciò che impedisce la conversione totale o trasformazione qualitativa. Perciò la cultura pagana va conservata (ciò che fecero i benedettini), ma liberata da questi elementi che contrastano con la Verità del Vangelo. Occorre conservare tutto ciò che è libero dall’idolatria o che può venir liberato dal rapporto con essa, mentre occorre lottare contro ciò che è essenzialmente pagano (scettico, relativista, agnostico, pluralista nel campo dei princìpi e superstizioso, demoniaco nel campo della morale). S. Agostino riteneva possibile ed anche utile non distruggere i templi pagani, ma trasformarli in chiese, dopo averli ripuliti dall’idolatria pagana: si conservavano i luoghi ma non i simulacri degli dèi “falsi e bugiardi”.

Il professor Christian Gnilka srive: “Spero che non sfugga l’attualità di tutti questi pensieri riguardo  alla teoria, oggi molto diffusa, del “cristiano anonimo” presente in tutte le religioni non cristiane, una teoria che tende a rendere uguali tutte le religioni, ad indebolire la forza spirituale del cristianesimo e a diminuire l’attività missionaria della Chiesa cattolica”[29]. Onde se il cristianesimo vuol riacquistare forza, deve ritornare alla sua fonte: l’intransigenza dommatica e, ove occorre anche l’intolleranza pratica ripulendosi dalle incrostazioni liberali, neomoderniste di sapore scettico, relativista e pluralista, di origine pagana, che in questi anni hanno adulterato il pensiero anche di non pochi teologi che pur si dicono cattolici e ci hanno dato scandalosi gli “incontri di preghiera” con i pagani in Assisi e il propagarsi nel mondo cattolico del cosiddetto “spirito di Assisi”.

Crispino

 

[1] Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, Sansoni, Firenze, 1952, vol. IX, coll. 553-554.

[2] J. Vernette, Neopaganesimo, in «Sette e religioni», n° 13, gennaio-marzo 1994, ESD, Bologna, pag. 65.

[3] E. Testa, Genesi, San Paolo, Milano, 9ª ed., 1999, pag. 100.

[4] P. Heinisch, Problemi di storia primordiale biblica, Morcelliana, Brescia, 2ª ed., 1954, pagg. 127-131, passim.

[5] GF. Ravasi, Il libro della Genesi, Città Nuova, Roma,  pag. 121

[6] E. Testa, Genesi, San Paolo, Milano, 9ª ed., 1999, pag. 119.

[7] Atlante del  mondo biblico, Elle Di Ci, Leumann (TO), 1991, pagg. 92-93.

 

[8] Cfr, I. Schuster-G.B. Holzammer, Manuale di Storia biblica. Vecchio Testamento, 1° vol., SEI, Torino, 2ª ed., 1951, pagg. 205-215, passim.

Cfr. U. Bianchi, La storia delle religioni, in «Storia delle religioni», UTET, Torino, 1970, vol. I, pagg. 28 ss.

  1. Bernardi, in «Le razze e i pololi della terra», a cura di R. Biasutti, UTET, 1967, vol,. I, pag. 688.
  2. Manconi, Le religioni dei popoli privi di scrittura, in «Storia delle religioni», UTET, Torino, 1970, vol. I, pagg. 263 ss.

[9] Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1953, X vol,. col. 1954.

 

[10] Ibidem, coll. 1956-1957.

[11] Cfr. A.M. Weiss, Umanità e umanismo, filosofia e storia del male, Venezia, 1902; A. Arrighini, Gli angeli buoni e cattivi, Torino, 1937; E. Amann, Lucifériens, D.Th.C., IX, 1927.

[12] Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1953,  vol. XI, coll. 1412-1414. Cfr. anche: A. Pazzini, La magia negli scaffali di un museo, «in Athena», 1934, XII; Id., la medicina primitiva, Milano, 1941; G. Michelet, La strega, Milano, 1936.

[13] S. T. I-II, q. 63, a. 3/ I-II, qq. 64-67/ I-II, q. 110, a.4 ad 1um/ I-II, q. 68, a.2.

[14] N. Turchi, Le religioni di Grecia e di Roma, Istituto Editoriale Galileo, Milano, 1950, pag. 73.

    [15] Ibidem, pag. 101. Cfr. anche: De Marchi, Il culto privato di Roma antica, Milano, 1895; E. Burlier, Le culte impérial, Parigi, 1891; J. Toutain, Le cultes payens dans l’empire romain, Parigi, 1905; A. J. Festugiere- P. Fabre, Le monde gréco-romain aux temps de Notre-Seigneur, Parigi, 1935; G. Boissier, La fin du paganisme, Parigi, 1891; G. Costa, Religione e politica nell’impero romano, Torino, 1923; F. Arnaldi, Dopo Costantino. Saggio sulla vita spirituale del IV e V secolo, Pisa, 1927.

[16] E. Magnin, L’état conception paienne, conception chrétienne, Bloud & Gay, Parigi, 1931, pag. 15.

[17] M. Sordi, I cristiani e l’Impero romano, Mondadori, Milano, 1990, pag. 9.

Per la questione della causa principale delle persecuzioni anticristiane cfr, “sì sì no no” 15 dicembre 2008, pp. 5-8, “Tiberio, Pilato e Caifa”. Inoltre si può consultare con profitto il volume della M. Sordi, Impero romano e Cristianesimo. Scritti scelti, Roma, Institutum Patristicum Augustinianum, 2006. Come pure Umberto Benigni, Storia Sociale della Chiesa, vol. II, Milano, Vallardi, 1906, “Chi ha spinto Nerone a perseguitare i cristiani?”, pp. 80-87.

 

[18] M. Sordi, I cristiani e l’Impero romano, pagg. 15-16. Cfr. anche: F. Spadafora, Pilato, Arti Grafiche Rovigo, Rovigo, 1982.

 

[19] Ibidem, pagg. 171-172.

[20] P. F. Beatrice, L’intolleranza cristiana nei confronti dei pagani: un problema storiografico, EDB, Bologna, 1990, pag. 8.

[21] G. Crisostomo, De S. Babyla, 13 (Sources Chrétiennes 362, 106s).

[22] Lesile W. Barnard, L’intolleranza negli apologisti cristiani con speciale riguardo a Firmico Materno, in «L’ intolleranza cristiana nei confronti dei pagani», a cura di P. F. Beatrice, EDB, Bologna, 1990, pag. 79.

[23] Ibidem, pag. 88.

[24] Ibidem, pag. 104.

[25] C. Gnilka, La conversione della cultura antica vista dai Padri della Chiesa, in «L’intolleranza cristiana nei confronti dei pagani» , cit., pag. 125.

[26] C. Gnilka, cit., pag. 130.

[27] Prudenzio, Contra Symmacum, 2, 843-909; 856ss; 897ss; 901-904.

[28] C. Gnilka, cit., pagg. 133-134.

[29] Ibidem, pag. 150.