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Categoria: Anno 2015

ANCORA SULL’ATEISMO CONCILIARE

La pretesa storicistica

“Fides ex auditu. La fede viene dall’ascolto”, insegnava la Chiesa una volta con San Paolo. A conferma c’è la parabola del ricco Epulone (Lc. 16). Questi, dall’inferno, chiede al padre Abramo di avvisare i suoi fratelli della pena che li aspetta (vv 27-28) ma Abramo risponde (vv. 29): “Hanno Mosè e i profeti, che ascoltino quelli”.

Epulone insiste: se i suoi fratelli vedranno un risorto dai morti, crederanno (vv 30). Abramo, allora, pronuncia parole profetiche, che vale la pena di meditare attentamente:

Se non ascoltano Mosè e i Profeti, nemmeno crederebbero se uno risuscitasse dai morti”.

Con questa parabola Gesù insegna che per avere la fede occorre prestare ascolto alla Divina Rivelazione. La cosa parrebbe ovvia, ma, purtroppo, oggi non lo è giacché all’ interno della “chiesa conciliare” persiste una pretesa che impedisce l’ascolto della Parola di Dio. Questa pretesa, che si trascina oramai da mezzo secolo, si chiama inculturazione della fede, e consiste in quell’ attitudine, resa fatalmente esplicita dall’odierno pontefice, di rileggere il Vangelo alla luce della cultura moderna. Ora la cultura moderna è storicistica nel senso che, almeno dal secondo dopoguerra in qua, ha assunto a proprio paradigma lo storicismo marxista. Per il marxismo, come è noto, tutta la cultura è storicista: nasce, sorge e muore in tempi e luoghi precisi ed è relativa ad essi, sicché, per comprenderla correttamente, occorre documentarsi nel miglior modo possibile circa quei tempi e quei luoghi. Per lo storicismo marxista, non è mito soltanto la Divina Rivelazione, ma anche ogni ragionamento che pretenda oltrepassare la condizione storica in cui si trova a sorgere.

 

Due “letture” inconciliabili

La pretesa di cui si diceva, sorta dapprima in ambito protestante (il che non stupisce) e poi in quello cattolico già agli inizi del XX secolo, pretende leggere ed insegnare a leggere anche storicisticamente le Sacre Scritture. Anche storicisticamente, si è detto, il che significa non esclusivamente, in modo che, accanto alla lettura tradizionale, secondo cui i quattro Vangeli riportano fatti veri e indubitabili sulla vicenda terrena di Nostro Signore, passi anche una lettura più “colta”. E questa lettura più “colta” sarebbe quella che ritiene i Vangeli redatti in precisi tempi e luoghi per rispondere a determinate esigenze di quei tempi, di quei luoghi e degli uomini che vivevano in quei tempi e in quei luoghi; il che apre inevitabilmente la porta al sospetto che, in altre circostanze storiche, i Vangeli sarebbero stati diversi da come noi li conosciamo oggi.

Come si comprende facilmente, in questo quadro concettuale la divina Ispirazione delle Sacre Scritture è fatalmente compromessa. Se, infatti, le circostanze storiche sono determinanti, nel senso che sono soprattutto le circostanze storiche a determinare la stesura di un testo, e se esse vanno attentamente indagate per comprenderne il senso, allora è chiaro che la divina Ispirazione è disarmata e resa ininfluente. Non è un caso, infatti, che la nuova esegesi, nella sua “colta” lettura degli avvenimenti evangelici, reclami il diritto di affidarsi non già al magistero cattolico tradizionale ma, piuttosto, alle discipline cosiddette scientifiche, quali l’archeologia e la filologia. E la stessa richiesta di ricorrere principalmente a queste discipline umane comprova che la lettura “colta” del Vangelo ha già deciso di non tenere conto della divina Ispirazione delle Sacre Scritture.

Ora, è evidente che, nonostante le note dichiarazioni di continuità ermeneutica, è impossibile conciliare le due letture, quella tradizionale e quella cosiddetta “colta”. Ed è impossibile perché le due tesi sono in contraddizione tra di loro. Se infatti le Sacre Scritture sono divinamente ispirate, segue che le circostanze storiche non sono determinanti per la loro stesura e comprensione; ma se le circostanze storiche sono determinanti, allora non è determinante la loro divina Ispirazione.

A questo punto, occorre comprendere che tra due tesi contraddittorie non vi è mai nessuna possibilità di composizione, per un motivo semplicissimo: perché non possono essere entrambe vere. Se è vera l’una, l’altra è falsa e viceversa. Volerle conciliare significa voler portare all’essere la contraddizione, e questo è impossibile perché la contraddizione non viene mai all’essere, ma rimane confinata nel pensiero. È perciò che la contraddizione deve risolversi in qualche modo e, anche se mai risolta apertamente, deve risolversi da sé. Ed infatti siccome due predicati contraddittori non entrano insieme nell’essere, nel senso che o entra uno o entra l’altro, la contraddizione fra le due letture della Sacra Scrittura si è risolta da sola, nel corso degli anni, nell’unico modo gradito alla lettura “colta”, cioè lasciando cadere un silenzio di tomba sulla divina Ispirazione delle Sacre Scritture. Tra gli uomini della cosiddetta “Chiesa del concilio”, oggi prevale la sola lettura “colta”, mentre l’altra è abbandonata all’ oblio.

Il risultato di questa operazione intellettuale, consistente nell’ inculturare il Vangelo in luogo di evangelizzare la cultura, è sotto gli occhi di tutti da oltre cinquant’anni, anche se molti non se ne accorgono, o fingono semplicemente di non accorgersene.

Se ora rileggiamo la parabola del ricco Epulone, si capisce perché sulla divina Ispirazione delle Sacre Scritture è caduto il silenzio. Il Vangelo, com’è noto, conserva il pregio di parlare chiaro.

Hanno Mosè e i profeti, che ascoltino quelli” dice il padre Abramo al ricco Epulone. E alla richiesta di quest’ultimo di mandare qualcuno dai suoi fratelli risponde: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, nemmeno crederebbero, se uno risuscitasse dai morti. Com’è evidente, non ascoltare  Mosè e i profeti e non credere per Abramo sono la stessa identica cosa. Non ascoltare significa non credere e non credere, a sua volta, può avere un solo e unico significato: non credere, appunto, alla divina Ispirazione delle Sacre Scritture.

La lettura “colta” non può evidentemente credere alla divina Ispirazione senza smentire se stessa; essa, infatti, reclama il diritto di sostituire all’autorità divina quella “scientifica”, appunto perché l’ autorità cosiddetta scientifica non riconosce, come criterio di interpretazione, la divina Ispirazione di nessun testo, meno che mai delle Sacre Scritture. Ma è sin troppo chiaro che non ammettere la divina Ispirazione delle Sacre Scritture significa negare anche la loro inerranza. Appellandosi all’autorità scientifica e subordinando ad essa quella divina, la lettura “colta” non rifiuta dunque il sospetto che le Sacre Scritture possano sbagliare. E il motivo per cui la lettura “colta” non rifiuta questo sospetto, appare evidente non appena la si applica allo stesso passo del Vangelo di san Luca, cap. 16.

Come è noto, la vicenda del ricco Epulone è una parabola, che vuole inculcare la Verità delle pene eterne che attendono i buontemponi dal cuore duro e l’eterna felicità destinata a coloro che soffrono pazientemente in questa vita. Ma la lettura “colta” assume il racconto solo in senso figurato. Il che vuol dire che la situazione in cui viene a trovarsi Epulone dopo la morte è anch’essa soltanto figurata. Dunque che vi sia un luogo reale ove si soffre in eterno, per la lettura “colta”, non è da prendere alla lettera. E se non è da prendere alla lettera segue che quel luogo non esiste veramente e, se non esiste veramente, segue che esso è una finzione letteraria. Eppure, è noto, Dio non mente anche quando insegna una verità servendosi di una parabola e se, il luogo in cui è imprigionato Epulone è soltanto figurato, resta inspiegato perché Gesù l’abbia introdotto nella parabola. La lettura “colta” è pronta ad obbiettare che Gesù forse non l’ha detto, che gliel’ha fatto dire l’ evangelista, o chi per lui, che lo imponeva la situazione storica, ma, in ogni caso, resta che il Vangelo mente, perché quel luogo di pena eterna non esiste.

 

La libertà dei senza Dio nella Chiesa di Dio

Conformemente alla Dignitatis Humanae, la lettura “colta” vuole restituire all’uomo la sua libertà di coscienza. E, volendo assicurare all’uomo che la sua coscienza non è libera in senso figurato e metaforico, ma reale, deve per forza sostenere che di figurato e metaforico ci sono solo giudizio e condanna. Lo deve fare e lo fa perché la “libertà” della Dignitatis Humanae non è la libertà che la Chiesa Cattolica ha sempre insegnato, ma quella dei senza Dio. La Chiesa insegna, sì, infallibilmente, che l’uomo è libero ma soltanto di accettare o respingere la Verità, perché una Verità c’è; mentre la libertà della Dignitatis Humanae accoglie il concetto di libertà del secolo, secondo il quale l’uomo è libero perché non c’è nessuna Verità né prima, né dopo, né oltre l’uomo. Naturalmente, la DH non giunge a trarre le vere conseguenze della libertà di coscienza che proclama; ma è evidente che, per mantenere ferma la libertà di coscienza dell’uomo, non si può accettare di credere “allo Spirito Paraclito (che convincerà) il mondo riguardo al giudizio, riguardo alla giustizia e riguardo alla condanna” (Gv., 16,15). Solo in un modo, infatti, l’uomo può dirsi veramente libero in coscienza: se nessuno lo condanna per le sue scelte; ma, se l’uomo è libero in questo modo, è chiaro che prima di lui, dopo di lui, sopra di lui non c’è nessun Giudice né esiste nessuna Verità.

La prova più evidente dell’ ateismo conciliare, se qualcuno ancora ne dubitasse, la si ha proprio qui, sul tema della libertà. La Chiesa conciliare l’ha detto e lo dice chiaramente e solo i sordi non odono: essa non vuole ricondurre l’uomo alla Verità ma adattare la Verità alla libertà dell’uomo. Ed è questo lo scopo della lettura “colta”: diffondere ovunque la “nuova teologia” morale: l’uomo è libero di errare; sì che cavillare sulla continuità ermeneutica del Concilio Vaticano II appare ozioso. La lettura “colta” non è in continuità ermeneutica con la Tradizione né lo può essere, semplicemente perché, anteponendo la libertà dell’uomo alla Verità di Dio, riconosce il diritto all’errore, cosa che la Tradizione non si è mai sognata di fare. La Tradizione cattolica, come è noto, concede alla libertà un solo diritto, quello di adeguarsi alla Verità, dato che la libertà, in se stessa, è soltanto libertà di “perdizione”.

Cinquant’anni di letture “colte” hanno dato un risultato eloquente: sempre meno persone seriamente credono a una Verità non mutevole perché non adattabile; e sempre più persone accettano la libertà del secolo e non credono in Dio; perché, se la coscienza dell’uomo è libera di sbagliare, ciò significa che non c’è chi la giudica. E se nessuno la giudica, allora al di sopra dell’uomo non c’è nessuno: il Cielo è vuoto e l’uomo è “dio”. Così conclude la ragione umana, atea o credente che sia. Ed infatti chiese, conventi, seminari sono sempre più vuoti. E saranno sempre più vuoti, almeno fino a che i moderni farisei staranno sulla porta del Tempio senza entrare e impedendo che gli altri vi entrino.
G.R.

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