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Categoria: Anno 2010

TOMISMO CONTRO MODERNISMO

Il “tomismo” di mons. Frost

Monsignor Francis Frost, ha scritto un libro interessante e molto attuale (L’Eglise se trompe-t-elle depuis Vatican II?, Parigi, Salvator, 2007), in cui appoggiandosi (sofisticamente, come vedremo) sull’ autorità di S. Tommaso d’ Aquino, cerca di confutare le posizioni dell’ antimodernismo cattolico, che solleva ancora delle perplessità sull’ ermeneutica della continuità del Vaticano II con la Tradizione divino-apostolica.

 

Ciò che colpisce nel libro di mons. Frost e lo rende interessante ed attualissimo è proprio il fatto che cerca di avvalersi del “tomismo”[1] (dato per morto e sepolto nel concilio e post-concilio) per confutare l’antimodernismo e corroborare il Vaticano II, mentre Pio XII, al contrario, si fondò sul tomismo per confutare la nouvelle théologie o neo-modernismo (enciclica Humani generis, 12 agosto 1950). Il tomismo di mons. Frost, però, non è quello genuino chiamato “paleo-tomismo” dai neomodernisti o “nuovi teologi”, ma quello “trascendentale” che cerca di coniugare S. Tommaso col kantismo (cfr. Karl Rahner, sì sì no no, 15 aprile 1998, pp. 1 ss.) portando all’agnosticismo e nichilismo teologico o apofatismo[2] (cfr. sì sì no no, 31 marzo 2010, pp. 1 ss.).

Infatti, per Kant, l’unica cosa conoscibile dall’uomo è il ‘fenomeno’, cioè la cosa come appare ai sensi; mentre la cosa in sé (o sostanza) che egli chiama ‘noumeno’, sfuggirebbe totalmente alla conoscenza umana. Perciò quel che l’uomo conosce non è la realtà com’è in se stessa, ma il fenomeno o solo ciò che è sensibile e così come appare a noi, vale a dire soggettivamente. Per il sopra-sensibile o meta-fisica si deve ricorrere al “postulato” (qualcosa che si chiede di ammettere, pur senza poterlo provare) della ragion pratica, che necessita di un qualcosa di sopra-sensibile, prodotto del sentimento umano e non oggettivamente e realmente esistente. Da questo soggettivismo non si può non giungere all’ apofatismo o agnosticismo e nichilismo filosofico/teologico, che sono a fondamento del modernismo (v. San Pio X, Pascendi).

Puntualizzazione

In sì sì no no 30 settembre u. s. pp. 1 ss. abbiamo pubblicato un articolo nel quale citiamo positivamente gli scritti di Michael Jones sulla “rivoluzione culturale-sessuale” nella Società e nella Chiesa. Dobbiamo ora, però, decisamente dissociarci da quanto il medesimo Jones ha scritto il 18 settembre 2010 nell’articolo Il peccato contro la carità pubblicato in due puntate da Effedieffe.

Per favorire l’ermeneutica della “continuità” un’ «interpretazione extra-large» delle condanne antimodernistiche

L’antimodernismo viene accusato da mons. Frost, ingiustamente e contro l’enciclica di Pio XII succitata, di impiegare un neo-tomismo “univocista”[3] o “stretto”, che rifiuterebbe la dottrina dell’analogia e gli fa radicalizzare la portata delle formule dogmatiche  antimoderniste (soprattutto la Pascendi di S Pio X, e la Humani generis di Pio XII), sino al punto di non accettare il contenuto del Vaticano II. Quindi bisognerebbe “ritornare a San Tommaso” rispettando la dottrina dell’ analogia (cfr. nota 3) nella sua espressione più sfumata (“souple”) o “extra-large” al fine di rendere possibile l’ ermeneutica della “continuità” tra Tradizione e Concilio pastorale.

Mons. Francis Frost – si badi - non è un partigiano estremista dell’evoluzione eterogenea del dogma[4], non dice che le formule dogmatiche antimoderniste sono totalmente caduche e sorpassate, ma pensa che è possibile interpretarle con estrema sfumatura (“souplesse”), poiché esse esprimerebbero solo una parte o un aspetto della verità, la quale è sempre più profonda tanto da essere umanamente inesprimibile.

Secondo mons. Francis Frost, ogni discorso dogmatico è espresso in un linguaggio segnato non solo dalle contingenze del tempo (storicismo relativista), ma anche dalla insuperabile finitezza dei nostri concetti (nominalismo[5] apofatico). Quindi, in realtà, più che dell’analogia egli si serve di un apofatismo anti-intellettualista e anti-realista, che è una forma di scetticismo o nichilismo teologico, il quale autorizza ogni volontarismo e fideismo-tradizionalista condannato dal Concilio Vaticano I (sessione III; DB 1613 ss.; 1622 ss.; 1781 ss.)[6].

Tomismo genuino antidoto del modernismo

Dionigi il Mistico ha scritto tra le altre un’opera famosissima, il De Divinis Nominibus, commentato e perfezionato da san Tommaso d’Aquino e ultimamente dal p. Ceslao Pera (1950[7] - 1972)[8] e infine dal p. Battista Mondin (2004)[9]. Questo scritto di Dionigi e il commento di S. Tommaso rappresentano (al contrario di quanto dice mons. Frost) la confutazione più lucida di ogni forma sia di panteismo o monismo-univocista sia (è quel che ci riguarda nel presente articolo) di agnosticismo o nichilismo teologico o apofatismo e quindi di modernismo.

Dionigi insegna (e il Concilio Vaticano I lo ha definito infallibilmente, sessione III, canone 2) che l’ uomo, con la sola ragione naturale, può dimostrare con certezza, a partire dalle creature, l’esistenza del Creatore e può conoscere anche qualche attributo o perfezione (“Nomi”) dell’Essere per sé sussistente. Ciò può avvenire in diversi modi.

1°) Per causalità: le perfezioni miste a qualche limite dell’ente per partecipazione o creatura si trovano in Dio causalmente, in quanto Dio è la loro Causa prima incausata;

2°) per affermazione: le perfezioni pure senza alcun limite (essere, unità, verità, bontà e bellezza) si trovano formalmente o intrinsecamente in Dio e quindi si può affermare che Dio è l’Essere, l’Uno, il Vero, il Bene, il Bello per essenza o per se stesso sussistente, contrariamente all’in-esprimibilità di cui parla Frost;

3°) per negazione: si esclude ogni limite (corpo, morte, male) e si giunge così al momento di eminenza: le perfezioni pure si trovano in Dio in maniera eminente o superlativa, che trascende ogni limite umano, mentre si trovano nelle creature in maniera limitata e per partecipazione (l’uomo e le cose hanno un po’ di essere, verità, bontà in maniera finita e perché  partecipata loro da Dio)[10]. Poiché le perfezioni pure si attribuiscono a Dio formalmente e senza alcun limite o in-finitamente, Dionigi premette ad ogni nome o attributo divino il “super”: Dio è super-Ente/Bello/Vero/Buono.

Le quattro tappe vanno prese assieme e non disgiuntamente, per non cadere nell’errore per difetto o nell’errore per eccesso.

L’errore per difetto è

l’apofatismo o agnosticismo teologico, che nega all’uomo ogni possibilità di conoscere e parlare di Dio; questa è la via della “equivocità teologica, in cui cadono mons. Frost e la “teologia” conciliare e post-conciliare e per la quale si giunge alla “teologia della morte di Dio” o nichilismo teologico: poiché, quando si vuol parlare di Dio o far teologia, si dicono solo cose equivoche o contraddittorie su di Lui, è meglio tacere, dacché Dio è ineffabile, indicibile e inesprimibile.

L’errore per eccesso è la “univocità” che ritiene la creatura della stessa sostanza di Dio (monismo panteista ascendente o discendente: da Plotino, Proclo, Giambico, Ficino, Pico, Bruno, Spinoza, Hegel fino a Teilhard de Chardin e alla nouvelle théologie).

L’univocità nulla ha a che vedere con il tomismo originario e anti-modernista. Infatti, secondo Dionigi, san Tommaso e la sana ragione, sublimata dalla prima, seconda (Gaetano e Ferrarensis) e terza scolastica (Sanseverino, Liberatore, Zigliara, Gredt, Garrigou-Lagrange, Fabro), i nomi di Dio, se sono “perfezioni pure”, si predicano di Lui per “analogia[11] ossia in maniera sostanzialmente diversa e accidentalmente simile alle creature; vale a dire l’essere si trova in Dio in maniera formale ed eminente (Dio è realmente e infinitamente Essere), mentre  si trova nelle creature in maniera formale o intrinseca e reale, ma imperfettamente e limitatamente (l’ angelo, l’uomo, il cane, la pianta, il sasso esistono o hanno l’essere, ma in maniera limitata e imperfetta). Inoltre creature e Creatore si assomigliano solo relativamente al fatto di esistere, ma si diversificano sostanzialmente perché l’Essere di Dio è infinito e incausato, mentre l’essere delle creature è causato e finito.

Questa è la vera analogia tomistica e non quella di mons. Frost, talmente sfumata, dolce ed extra-large, da scadere nell’equivocità. E qui sta il suo sofisma.

Come si vede l’opposizione tra il tomismo genuino (analogia in senso formale ed eminente) e i due errori per eccesso e difetto (panteismo “univocista” e nichilismo teologico), che giacciono come due burroni, a destra e a sinistra, di un’altissima montagna, la quale si erge tra loro nel giusto mezzo di altezza o “profondità” (e non di mediocrità), è totale ed irriconciliabile[12].

Infatti l’errore panteista, o della “univocità” tra Dio e creato, asserisce che la conoscenza e l’unione piena con Dio si raggiungono attraverso la sola natura umana, in virtù di una conoscenza intuitiva (gnosis) e anche magica o teurgia (cfr. sì sì no no, Modernismo ed occultismo, luglio 2009, pp. 1 ss.). L’errore nichilista o agnostico dice che l’uomo non è assolutamente capace di nulla riguardo alla conoscenza dell’ esistenza di Dio (“equivocità”) e a fortiori dei suoi attributi o nomi.

L’ “analogia” dell’ente e della fede (Dionigi e san Tommaso e il Concilio Vaticano I) insegna, invece, che si può conoscere l’esistenza e anche qualche attributo (o nome) di Dio, mentre l’essenza (o volto) di Dio potrà essere conosciuta o vista intuitivamente solo in Paradiso grazie al ‘Lumen gloriae’ che ci consente la ‘Visio beatifica’. Onde il desiderio naturale di Dio è inefficace da parte dell’uomo e condizionato alla libera volontà divina, contrariamente a quanto insegnava de Lubac nel suo Soprannaturale del 1946, errore condannato da Pio XII nella Humani generis del 1950.

Quindi il tomismo verace (e non quello trascendentale del Frost né quello decadente-suareziano di de Lubac)[13] è il migliore antidoto per combattere ogni forma estrema o mitigata di apofatismo o agnosticismo, che è a fondamento del modernismo.

 


[1] I pilastri del tomismo originario sono: 1°) un sano e moderato realismo della conoscenza, col primato dell’oggetto reale sul soggetto mentale; 2°) il primato e la trascendenza assoluta dell’Essere stesso sussistente, partecipato per analogia dalle creature in vari gradi; 3°) la composizione nell’ente creato, anche angelico, di potenza e atto, di essenza ed atto di essere; 4°) la composizione nel mondo corporeo di materia e forma e nell’uomo di corpo e anima. Cfr. Cornelio fabro, voce Tommaso d’Aquino, Santo, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1954.

[2] Apofatismo (dal greco a-pophasis = non-affermazione o negatio) è l’errore che nega la capacità umana di affermare qualsiasi cosa su Dio, la Sua esistenza e, soprattutto, sui suoi attributi o qualità. Può darsi che Dio esista, ma l’uomo non può dimostrarlo con certezza; soprattutto nulla può dire della Sua natura. È questa una forma di a-gnosticismo (a-ghignosco = non conosco) teologico che sfocia poi nel nichilismo teologico. Essa nasce dalla tendenza a limitare eccessivamente la capacità conoscitiva della ragione umana. Se ciò è in ordine all’Assoluto è apofatismo teologico, se si ferma alle verità o realtà naturali è soltanto agnosticismo filosofico. Il caposcuola dell’ apofatismo teologico è Mosè Maimonide (+ 1204), che toglieva ogni valore oggettivo, reale e ontologico ai Nomi o Attributi divini, precorrendo il kantismo secondo il quale ho bisogno di Dio, ma non posso dimostrare teoreticamente la sua esistenza oggettiva e reale fuori di me (Critica della ragion pura). Tuttavia siccome abbisogno di Dio per vivere correttamente, la mia volontà può e deve affermarLo come un postulato indimostrabile del sentimento umano (Critica della ragion pratica). Il modernismo, adottando l’ immanentismo kantiano, ne accetta anche l’agnosticismo filosofico e teologico. Al contrario S. Tommaso insegna che la conoscenza umana, pur non essendo perfetta e non potendo conoscere tutto di tutta la realtà, tuttavia arriva a conoscere con certezza alcune verità di qualche realtà e, per analogia in senso stretto, quelle superiori a sé (cfr. A. Zacchi, Dio, I vol., La negazione, Roma, Ferrari, 1925, p. 167 ss.).

[3]Equivoco” è ciò che ha lo stesso nome, ma con significato del tutto diverso, per es. “Toro” è detto dell’animale, della squadra di calcio torinese e della costellazione. “Univoco” è il concetto che si applica a vari oggetti in maniera e significato del tutto uguali, per es. “uomo” lo applico ad Antonio, Marco, Giovanni nella stessa maniera e nell’ identico significato di animale razionale. Onde se l’Ente divino e l’ente umano fossero univoci, Dio e l’uomo sarebbero della stessa identica natura (monismo panteista). “Analogo” è il concetto che si attribuisce a più oggetti in maniera essenzialmente diversa e relativamente simile; ad es. “Essere” è attribuito a Dio, all’angelo, all’uomo, all’animale, alla pianta e al sasso in maniera essenzialmente diversa (Dio è tutt’altra cosa dall’angelo e questi dall’uomo e così via), ma relativamente simile quanto al fatto di esistere. Infatti, sia Dio che le creature (da quelle angeliche a quelle minerali) esistono.

[4] Cfr. Fr. Marìn Sola, L’évolution homogène du dogme catholique, 2 voll., Friburgo, 1924.

[5]Nominalismo” è quell’errore che fa dei concetti e dei nomi che li esprimono un puro flatus vocis, che non coglie né esprime la natura della cosa e della realtà, la quale non può essere né conosciuta né tanto meno espressa. Onde ogni concetto universale (uomo, angelo, animale) non ha nessuna realtà al di fuori della mente umana e non ci permette di conoscere ciò che nomina o “soffia” soltanto. Il nominalismo porta all’ agnosticismo e allo scetticismo filosofico assoluto, che preludono al nichilismo o apofatismo teologico.

[6] Cfr. M. Cordovani, Il Rivelatore, Roma, Studium, 3a ed., 1945, p. 113 ss.

R. Garrigou-Lagrange, De Revelatione, Roma-Parigi, Ferrari-Gabalda, 1926, 1° vol., p. 217 ss.

[7] S. Thomae Aquinatis,  In librum Beati Dionysi de Divinis Nominibus Expositio, a cura di Ceslao Pera, Roma-Torino, Marietti, 1950.

[8] Ceslao Pera, in La Somma Teologica di San Tommaso d’Aquino, a cura dei Domenicani Italiani, Firenze, Salani, 1972, “Introduzione generale”, Prefazione: Le fonti del pensiero di S. Tommaso nella Somma Teologica, pp. 60-77, cfr. anche S. Th., I, q. 13, aa. 1-12, I Nomi Divini, commento e note a cura di p. Ceslao Pera, Firenze, Salani, 1972, vol. 1°, pp. 292-345.

[9] S. Tommaso d’Aquino, Commento ai Nomi Divini di Dionigi, Bologna, ESD, 2004, vol. I, “Introduzione” a cura di Battista Mondin, p. 5 ss.

[10] La “partecipazione” è un concetto che san Tommaso mutua più da Platone che da Aristotele; esso gli servirà nella quarta via per dimostrare l’esistenza di Dio. Padre Cornelio Fabro (La nozione metafisica di partecipazione secondo S. Tommaso d’Aquino, Milano, Vita e Pensiero, 1939; Partecipazione e causalità in S. Tommaso, Torino, SEI, 1961) ha messo in luce più di tutti il fatto che san Tommaso non è un puro commentatore di Aristotele, ma il perfezionatore dello Stagirita, che si fermava all’atto primo o forma sostanziale o essenza, mentre l’Angelico ha precisato che se l’atto primo (forma, sostanza-essenza) informa la potenza, l’essenza a sua volta è ultimata dall’essere che è l’atto ultimo o perfezione ultima di tutte le forme, essenze e perfezioni prime. Onde la metafisica di Aristotele è filosofia dell’essenza (atto primo), mentre quella tomistica è filosofia dell’essere (atto ultimo), il quale si ritrova nelle creature in maniera limitata e per partecipazione (“partem-capere”) dell’Essere infinito, incausato e causante di Dio, l’ipsum Esse subsistens.

[11] Cfr. Tomas Tyn, Metafisica della sostanza. Partecipazione e analogia entis, Bologna, ESD, 1991; rist. Verona, Fede e Cultura, 2009. a cura di Giovanni cavalcoli

[12] Cfr. R. Garrigou-Lagrange, Dieu, son existence et sa nature, Parigi, Beauchesne, 2 voll, 1919.

[13] Cfr. C. Fabro, Neotomismo e Neosuarezismo, Piacenza, Alberoni, 1941, rist. Segni, Edizioni Verbo Incarnato, 2007.

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