la trappola della “continuità”

Joseph Ratzinger ha dichiarato riguardo alle divergenze avute nel post-concilio con Küng e Rhaner: «Non sono cambiato io, sono cambiati loro» (V. Messori - J. Ratzinger, Rapporto sulla Fede, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1985, p. 15).

Giovanni Miccoli conferma: «Più volte [Ratzinger] ha insistito sulla sostanziale continuità del suo pensiero teologico» (G. Miccoli, In difesa della Fede. La Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Milano, Rizzoli, 2007, p. 296).

L’«arte» di Paolo VI

Paolo VI denunciò «una falsa e abusiva interpretazione del Concilio, che vorrebbe una rottura con la Tradizione, anche dottrinale, giungendo al ripudio della Chiesa pre-conciliare, e alla licenza di concepire una Chiesa “nuova”, quasi “reinventata” dall’interno, nella costituzione, nel dogma, nel costume, nel diritto» (Dichiarazione conciliare del 6 marzo 1964, ripetuta il 16 novembre 1964). Sempre Paolo VI, nel settembre-ottobre del 1964, durante il periodo “nero” – come lo chiamano i novatori – in cui l’offensiva del Coetus Internationalis Patrum e dei cardinali antimodernisti della Curia romana si fece sentire più fortemente, disse che la “collegialità” doveva essere letta “in connessione con il Concilio Vaticano I” (il quale invece è l’apoteosi del Primato monarchico del Papa e dunque l’esatto opposto della collegialità episcopale), del quale il Vaticano II sarebbe la continuazione logica[1]. Inoltre Paolo VI, in quest’ottica della “continuità”, il 18 novembre 1965 informò il Concilio che «sarebbe stata introdotta la causa di beatificazione di Pio XII e Giovanni XXIII»[2] definiti entrambi “eccelsi e piissimi e a noi carissimi”.

 

Il giorno 10 marzo ricorre l’anniversario della morte di mons. Francesco Spadafora. Raccomandiamo l’anima di questo intrepido difensore della Santa Madre Chiesa alle preghiere dei nostri associati.

sì sì no no

 

Jan Grooaters ci spiega che «una delle maggiori preoccupazioni» di Montini (ancor arcivescovo di Milano, ma prossimo all’elezione pontificia) «fu la preparazione dei fedeli, ma soprattutto dei preti, alla ricezione del Concilio: più di altri, egli aveva già allora compreso che il destino del Vaticano II si sarebbe giocato negli sviluppi post-conciliari»[3]. Divenuto Papa, una delle ipoteche di cui «avvertiva il peso con particolare acutezza era rappresentata dalla necessità di riformare la Curia romana, di convertirla in qualche modo al Concilio, ma nello stesso tempo di rassicurarla… […]. Gli toccò a volte svolgere un compito di sentinella, tenendo, in alcune circostanze, rapporti più stretti con l’opinione pubblica della Chiesa che con il Concilio e la Curia mostrandosi più unito alle “retrovie” che alla “prima linea” dove si svolgeva la battaglia per assicurare il più possibile la continuità richiesta dal post-concilio. […]. Prevedendo le future cause di tensione, Paolo VI volle dare all’attuazione del rinnovamento un ritmo per quanto possibile uniforme, esortando i ritardatari ad affrettare il passo e moderando l’impazienza di chi voleva troppo precorre i tempi. […] il Papa appariva preoccupato di fare qualche concessione alla corrente minoritaria [cioè agli anti-modernisti], per ottenere nella votazione finale un risultato il più possibile vicino all’ unanimità morale. […]. All’inizio del quarto ed ultimo periodo del Concilio (settembre del 1965), si avvertì che l’azione del Papa aveva assunto un carattere più direttivo, parallelamente all’indebolirsi della leadership della corrente maggioritaria [cioè dei modernisti]. Si disse allora che “gli eroi erano stanchi” e che i vescovi desideravano tornarsene a casa. […]. Si deve a Paolo VI il merito […] di aver agito in senso “più progressista” di quanto facesse la maggioranza dei vescovi dell’assemblea conciliare. […] bisogna riconoscere che uno dei meriti principali di Paolo VI nei confronti del Vaticano II consistette nel preparare le condizioni per una sua attuazione che si prolungasse nel tempo e che fosse quindi conciliabile con il contesto e gli usi di tutta la Chiesa. In conclusione, Paolo VI sembra che abbia soprattutto cercato di tradurre l’evento conciliare in istituzioni»[4]. Papa Montini nel Discorso al Sacro Collegio dei Cardinali del 23 giugno 1972 denunciò ancora una volta una falsa interpretazione del Concilio, che avrebbe voluto una rottura con la Tradizione.

Giovanni Paolo II sulla scia di Paolo VI

Un anno dopo la sua elezione, nel suo viaggio in Messico compiuto a cavallo tra il gennaio e il febbraio del 1979, durante la Conferenza dell’Episcopato Latino-Americano a Puebla Giovanni Paolo II parlò del Concilio nell’omelia tenuta il 26 gennaio nella cattedrale di Città del Messico. Papa Wojtyla sottolineò l’importanza di studiare i Documenti del Concilio Vaticano II, affermando che in essi non si trova «come pretendono alcuni una “nuova Chiesa”, diversa od opposta alla “vecchia Chiesa”. […]. Non sarebbero fedeli, in questo senso, coloro che rimanessero troppo attaccati ad aspetti accidentali della Chiesa, validi nel passato ma oggi superati. Così come non sarebbero neppure fedeli coloro che, in nome di un profetismo poco illuminato, si gettassero nell’avventurosa e utopica costruzione di una “nuova Chiesa” cosiddetta “del futuro”, disincarnata da quella presente»[5].

Nella sua visita pastorale in Belgio il 18 maggio 1985 Giovanni Paolo II denunciò che alcuni il Concilio «lo hanno studiato male, male interpretato, male applicato», causando «qua o là scompiglio, divisioni»[6] e nel Sinodo Straordinario del novembre-dicembre 1985 affermò: «Il Concilio deve essere compreso in continuità con la grande Tradizione della Chiesa […]. La Chiesa è la medesima in tutti i Concili (Ecclesia ipsa et eadem est in omnibus Conciliis[7].

Nel libro-intervista con Vittorio Messori Varcare le soglie della speranza del 1994 (Milano, Mondadori) a pagina 171 Giovanni Paolo II afferma che occorre «parlare del Concilio, per interpretarlo in modo adeguato e difenderlo dalle interpretazioni tendenziose». Durante il Giubileo del 2000 ritorna sul tema e precisa la necessità di superare «interpretazioni prevenute e parziali che hanno impedito di esprimere al meglio la novità [sic] del magistero conciliare»[8]. Infine spiega che «l’ insegnamento del Vaticano II, deve essere inserito organicamente nell’ intero Deposito della Fede, e quindi integrato con l’insegnamento di tutti i precedenti Concili e Insegnamenti pontifici»[9].

In breve, Giovanni Paolo II manifesta la stessa preoccupazione di “convertire al Concilio” e al tempo stesso di “rassicurare” i cattolici sulle novità del Concilio che era stata già di Paolo VI.

Ratzinger: “Non sono cambiato io

Come si vede, “l’ermeneutica della continuità” è vecchia come il Concilio, al quale il giovane teologo Joseph Ratzinger partecipò in qualità di perito del card. Frings con spirito del tutto innovatore. Basti pensare che collaborò alla stesura del discorso di Frings su ‘le fonti della Rivelazione’, nel quale il cardinale di Colonia sostenne la teoria dell’unica fonte[10] (il Sola Scriptura di Lutero) contro lo schema approntato dalla “Commissione preparatoria”, che, riprendendo le definizioni dogmatiche, irreformabili e infallibili, di Trento (sess. IV, DB 783) e del Vaticano I (DB 1787), riaffermava la dottrina tradizionale sulle due Fonti della Rivelazione.

Anche per ‘la collegialità episcopale’ – scrive Alberigo – «efficacissimo fu l’intervento del card. Frings, per il quale è legittimo supporre il contributo del suo teologo Ratzinger. Si trattò forse del discorso più incisivo dal punto di vista critico, giacché demoliva lo schema della Commissione preparatoria»[11]. Storico è lo scontro (8 novembre 1963) che ebbe Frings con Ottaviani sulla “collegialità”, e che indurrà «Paolo VI a chiedere a Jedin, Ratzinger e ad Onclin alcuni pareri sulla riforma della Curia»[12].

Ora, Ratzinger ha dichiarato, e ci ha avvertito, riguardo alle divergenze avute nel post-concilio con Küng e Rhaner: «Non sono cambiato io, sono cambiati loro»[13] e il professor Miccoli precisa: «più volte [Ratzinger] ha insistito sulla sostanziale continuità del suo pensiero teologico»[14]. Quindi non vi è cambiamento sostanziale di rotta tra Ratzinger giovane perito conciliare e Ratzinger anziano Prelato di Curia e Pontefice: la collegialità, un’unica fonte della Rivelazione, il giudeo-cristianesimo, la “libertà” delle false religioni fanno ancora parte del pensiero teologico di Benedetto XVI[15]. Perciò non deve meravigliare la sua affermazione sull’impiego dei profilattici, quale inizio della “moralità” dell’atto sessuale con “prostituti”, anche se il loro uso (senza parlare dell’ omosessualità, che è un peccato contro natura) non è ammesso dalla Chiesa (Luce del mondo, Città del Vaticano, LEV, 2010).

 

 


[1] G. Alberigo, Breve storia del Concilio Vaticano II, Bologna, Il Mulino, 2005, p. 128.

[2] G. Alberigo, op. cit., p. 148.

[3] J. Groaters, I protagonisti del Concilio Vaticano II, Cinisello Balsamo, San Paolo 1994, p. 55.

[4] Ivi pp, 57-65..

[5] Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II, 1979, (gennaio-giugno), Città del Vaticano, LEV, p. 151.

[6] “Discorso all’episcopato belga”, 18 maggio 1985, in “Il Regno Documenti”, Bologna, Edizioni Dehoniane, XXX, 1985, p. 328.

[7] Sinodo Straordinario Ecclesia sub verbo Dei mysteria Christi celebrans pro salute mundi, Relatio finalis, in “Enchiridion Vaticanum”, Bologna, Ed. Dehoniane, 9, 1983-1985, nr. 1785, p. 1745.

[8] “Il Regno Documenti”, Bologna, Ed. Dehoniane, XLV, 2000, p. 232.

[9] “Sinodo dell’Arcidiocesi di Cracovia del 1972”, citato in G. Miccoli, In difesa della Fede. La Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Milano, Rizzoli, 2007, p. 25. Sul Sinodo di Cracovia del 1972 cfr. B. Lecomte, Giovanni Paolo II, Roma, La Biblioteca della Repubblica, 2005, pp. 207 ss. e G. Weigel, Testimone della speranza. La vita di Giovanni Paolo II, Milano, Mondatori, 2005, pp. 252 ss.

[10] A. S., vol. I, cap. 3, pp. 34-35 e 139.

[11] G. Alberigo (diretta da), Storia del Concilio Vaticano II. La formazione della coscienza conciliare, ottobre 1962-settembre 1963, Bologna, Il Mulino, 1996, vol. II, p. 361.

[12] H. Jedin, Storia della mia vita, Brescia, 1987, pp. 314-315; J. Ratzinger, Das Konzil auf dem Weg. Rückblick auf die zweite Sitzungperiode, Köln, 1963-66 (tr. it., 1965-67), 4 voll., pp. 9-12.

[13] V. Messori- J. Ratzinger, Rapporto sulla Fede, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1985, p. 15.

[14] G. Miccoli, cit., p. 296.

[15] Cfr. Bernard Tissier de Mallerais, L’étrange théologie de Benoit XVI. Herméneutique de continuité ou rupture?, Avrillé, Le Sel de la terre, 2010.

Continua nell'edizione cartacea...