Il Mistero della Chiesa
Grande è la crisi che travaglia la Chiesa ad opera di uomini di Chiesa, specialmente della Gerarchia e persino del Papa come dottore privato o anche come Papa, quando non è infallibilmente assistito.
Ultimamente, di fronte ad alcune affermazioni di Benedetto XVI, dei fedeli si sono sentiti ancor maggiormente smarriti, poiché avevano riposta in lui qualche speranza (“Motu proprio”, “remissione scomunica”). Qualcuno si lascia tentare persino dalla sfiducia nella Chiesa, come se fosse morta, e propone addirittura il libero pensiero o la terza era gioachimita dello Spirito Santo, che dovrebbe rimpiazzare il Papa e la Chiesa petrina.
Riproponiamo per questi smarriti le certezze della Fede.
Il “mistero” di Cristo, della Chiesa e del Papa
2000 anni or sono, i Giudei fecero rotolare una pietra tombale sul S. Sepolcro e vi misero a guardia dei soldati, ma la pietra fu rovesciata dagli Angeli quando Gesù risuscitò da morte e vinse il male tramite la sua apparente sconfitta in croce. Il Cristianesimo è la religione della vittoria tramite la perdita anche, e soprattutto, della propria vita. Quindi non c’è pietra che tenga. La storia – se non il catechismo – dovrebbe avercelo insegnato: la Chiesa è cresciuta e si è rafforzata proprio quando sembrava essere annientata. Le “gaffes” e, peggio ancora, gli errori degli uomini di Chiesa, specialmente del clero e della Gerarchia, sono la prova provata della sua indefettibilità, come diceva il cardinal Consalvi a Napoleone: “Maestà, lasci perdere, neanche noi preti siamo riusciti in milleottocento anni a distruggere la Chiesa romana, non è cosa da uomo, neppure lei ci riuscirà”, e Napoleone non vi riuscì… Ciò dovrebbe insegnare qualcosa anche a noi.
Certamente noi cristiani siamo “papisti”, dacché Cristo la sua unica vera Chiesa l’ha fondata su Pietro e i suoi successori (i Papi) e per questo ci distinguiamo dai protestanti e da tutte le sette eretiche o scismatiche, le quali – contro il volere di Cristo – non ritengono Pietro come loro principio e fondamento con un vero primato di giurisdizione. E ciò senza negare i fatti “poco belli” che alcuni Papi possono aver commesso come uomini o dottori privati o le ambiguità ed errori che possono sussistere nell’ insegnamento non normativo – e quindi non infallibilmente assistito – del Papa, ad esempio il concilio “pastorale” Vaticano II. Non occorre, perciò, cambiar religione o Chiesa davanti allo sfacelo spirituale del mondo cattolico. Il rimedio non è Buddha, né Maometto e neppure il “Libero Pensiero” o il gioachimismo. Basta attenersi a quanto la Chiesa ha sempre insegnato circa il mistero di Cristo, della Chiesa e del Papa.
La nostra Fede, compendiata nel Credo e spiegata nel Catechismo, ci insegna che il Papa è il Vicario in terra di Gesù Cristo. Egli è la Pietra sulla quale Cristo ha costruito la Sua Chiesa e contro la quale “le porte degli inferi non prevarranno”.
●Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è un mistero che si definisce come “Unione Ipostatica”. Tale mistero ci disorienta spesso durante la sua vita e specialmente durante la sua Passione, quando la sua “Natura divina si nascondeva e lasciava trasparire solo quella umana, che soffriva terribilmente” (S. Ignazio da Loyola) ed Egli apparve “più simile ad un verme che ad un uomo” (Isaia). Gli Apostoli stessi si scandalizzarono, smarrirono lo spirito di Fede, rinnegarono o abbandonarono Gesù, non riuscendo a capire e ad ammettere che il Messia potesse essere sconfitto e umiliato.
●La Chiesa è Cristo che continua nel corso della storia. Anch’essa ha un duplice elemento; quello divino (il principio che l’ha fondata e la vivifica, ossia Cristo e la Sua Grazia, e il fine a cui tende, vale a dire il Cielo e Dio visto “faccia a faccia”) ed uno umano (le membra di cui è composta, gli uomini, sia i semplici fedeli che la Gerarchia). Nel corso della storia della Chiesa vi sono pagine gloriose e pagine poco belle, altre addirittura brutte. Se non avessimo la virtù teologale della Fede nella origine divina della Chiesa e nella protezione di cui la ammanta Gesù “ogni giorno, sino alla fine del mondo”, rischieremmo di scandalizzarci e perdere proprio quella Fede “senza la quale è impossibile piacere a Dio” (San Paolo).
●Il Papa è un uomo, ma assistito da Dio infallibilmente; però solo a certe specifiche condizioni, che non tolgono o aggiungono nulla alla sua natura umana debole e caduca. San Pietro stesso rinnegò Gesù non una, ma ben tre volte (“non conosco quest’uomo”).
Pertanto, riguardo a Gesù, alla Chiesa e al Papa occorre sempre aver presente il loro duplice elemento: umano, e dunque “deficiente”; divino, e quindi “impeccabile”. Se si vede solo il primo, si cade nel razionalismo naturalista e si rinnega la Fede teologale; se si fa caso solo al secondo, si scivola verso un angelismo rigorista e “purista” o pneumatismo cataro, che porta egualmente alla rovina (“ogni eccesso è un difetto”).
Nel caso di Benedetto XVI, non si può negare la sua forma mentis filosoficamente e dommaticamente modernistica, acquisita sin dai primi anni di seminario. Egli stesso ce ne dà conferma nella sua autobiografia. Questa forma mentis traspare dai suoi scritti ed è apparsa anche nel viaggio in Terra Santa, durante le riunioni interreligiose con islamici e israeliti. Tuttavia non si può non costatare che la saggezza e la lungimiranza della Chiesa e del Papato è rifulsa anche in questa occasione almeno nei discorsi “storico-politici” di papa Ratzinger, che tuttavia presuppongono – specialmente in Terra Santa – un substrato teologico non indifferente.
È il “mistero” del duplice elemento che caratterizza Cristo, Chiesa e Papa. Attenzione a non separarli, ma a “distinguere per unire”. Non si può negare la formazione immanentistico-kantiana di Ratzinger, ma neppure si può lapidarlo – in odio al Papato e al Papismo – ad ogni parola che dice o omette di dire. Caveamus! Come Cristo è la “pietra d’angolo, rigettata dal costruttore, ma che schiaccia tutti coloro i quali inciampano contro di essa”, così il Papa è il Vicario in terra della “pietra d’angolo” e “chi tocca il Papa in quanto tale muore” (Pio XI).
Nei tre casi di Cristo, della Chiesa e del Papa non vale, sempre e soltanto, l’aut-aut, ma alcune volte anche l’et-et. Quindi è lecito mostrare storicamente le eventuali lacune (anche dottrinali) di alcuni Papi, purché lo si faccia come San Paolo: “Ho resistito in faccia a Pietro, poiché era reprensibile”; è reprensibile ed è Pietro ovvero Papa: “et-et”.
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Nel pomeriggio del 12 maggio 2009, tra il Getsemani e l’Orto degli Ulivi, il Papa ha celebrato la prima Messa in pubblico; nell’occasione ha potuto incontrare pochi abitanti della striscia di Gaza ai quali il governo israeliano aveva concesso il permesso di “videre Petrum” negato a tutti gli altri, come aveva negato al Papa stesso di potersi recare lui a Gaza, per “motivi di sicurezza”... Nell’omelia Benedetto XVI ha detto: «Ci siamo raccolti qui sotto il Monte degli Ulivi, dove Nostro Signore pregò e soffrì, dove pianse per amore di questa città e per il desiderio che essa potesse conoscere “la via della pace” (Lc XIX, 42) […]. Come successore di Pietro, ho ripercorso i suoi passi per proclamare il Signore Risorto in mezzo a voi […], che siete collegati in una linea ininterrotta con quei primi discepoli che incontrarono il Signore Risorto […]. Trovandomi qui davanti a voi, desidero riconoscere le difficoltà, la frustrazione, la pena e la sofferenza che tanti di voi hanno subito in conseguenza dei conflitti che hanno afflitto queste terre, ed anche le amare esperienze dello spostamento che molte delle vostre famiglie hanno conosciuto». Poi ha aggiunto una riflessione importante sulla pietra tombale del S. Sepolcro: «Torniamo spesso a questa tomba vuota. Riaffermiamo la nostra fede nella vittoria della Vita […]. Gesù è risorto, alleluia! Egli è veramente risorto, alleluia!».
Questa frase sembra significativa anche perché qualcuno si era meravigliato che il Papa non sarebbe andato a Gaza, probabilmente senza sapere che non dipendeva da lui, ma da Israele, ed aveva predetto che tale “omissione di soccorso” da parte del Papa sarebbe stata una pietra tombale posta definitivamente sulla Chiesa di Cristo. Il mercoledì 13, in mattinata, il Papa, celebrando davanti alla Basilica della Natività, ha ricordato che «dal giorno della sua nascita, Gesù è stato “segno di contraddizione” (Lc II, 34) e continua ad esserlo anche oggi. […] Qui a Betlemme, nel mezzo di ogni genere di contraddizioni».
Nel pomeriggio dello stesso giorno Benedetto XVI è giunto al “Caritas baby hospital” di Betlemme, ove ha detto ai piccoli degenti: «Vi saluto affettuosamente nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo, “che è morto, ed è risorto, e sta alla destra di Dio ed intercede per noi” (Rom. VIII, 34) […]. Il Papa è con voi! Oggi egli è con voi in persona, ma ogni giorno egli accompagna spiritualmente ciascuno di voi nei suoi pensieri e nelle sue preghiere, chiedendo all’Onnipotente di vegliare su di voi». Infine ha concluso, significativamente, richiamandosi alla Madonna di Fatima e ricordando la sua promessa: «Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà!».
Anche questo richiamo non ci sembra casuale. Infatti solo l’intervento divino, davanti al male che sembra trionfare anche in ambiente ecclesiale, può rimettere le cose al loro posto, non gli uomini, per quanto importanti e potenti essi siano. Il Papa ne è consapevole e ci rincuora colla certezza finale della vittoria, che sarà però preceduta da un grave castigo divino, come predetto dalla Madonna a Fatima (cfr. Antonio Socci, Il quarto segreto di Fatima, Milano, Rizzoli, 2006, severamente critico nei confronti di Giovanni XXIII e dell’attuale cardinale Segretario di Stato dello stesso Benedetto XVI).
Nel tardo pomeriggio del 13, infine, Benedetto XVI ha visitato il campo profughi di Aida ed ha espresso la sua solidarietà a tutti quei Palestinesi senza casa, che bramano di poter tornare ai luoghi natii, o di vivere permanentemente in una patria propria. […] So che molte famiglie sono divise – a causa di imprigionamento di membri della famiglia o di restrizioni alla libertà di movimento – […]. Siate certi che tutti i profughi Palestinesi nel mondo, […] sono costantemente ricordati nelle mie preghiere. […] Le vostre legittime aspirazioni ad una patria permanente, ad uno Stato palestinese indipendente, restano incompiute […]. Il muro, è tragico che vengano tuttora eretti dei muri».
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