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Premessa: una “manovra” annunciata
Nel numero di agosto 1985 sì sì no no (pp. 1 ss.) denunziò un’ «offensiva comune per giudaizzare la fede cattolica». Il 24-25 giugno di quell’anno, infatti, L’Osservatore Romano aveva pubblicato il documento “Sussidi per una corretta presentazione dell’Ebraismo” curato dalla Commissione per i rapporti con l’Ebraismo, presieduta dal Card. Willebrands d’infelice memoria. Quel vergognoso documento giungeva fino a negare la storicità dei nostri santi Evangeli per poter tessere l’apologia dei… Farisei! Per di più, la sua pubblicazione su L’ Osservatore Romano era accompagnata da un articolo di Prospero Grech, allora docente alla Lateranense, dal titolo “Educare una nuova generazione”.
Vi si leggeva: “bisogna che sia fatta un’opera di istruzione capillare a livello di professori di teologia, maestri d’istruzione religiosa, catechisti, mezzi di comunicazione e particolarmente nelle omelie”. Dunque – scrivemmo allora – ci si annunzia “una manovra a lungo termine – il tempo di una generazione – per cambiare la mentalità dei cattolici” al fine di “realizzare un progressivo amalgama tra fede della Chiesa e fede della Sinagoga mediante l’uso di termini a doppio senso ed un miscuglio di verità ed errori” (sì sì no no cit., p.3).
Da quella data il nostro periodico non ha mai cessato di tener d’ occhio questa “manovra”, come attesta una lunga serie di articoli[1], dettati non da avversione per gli ebrei increduli, ma dall’amore per la Chiesa, per i cattolici minacciati nella fede da chi dovrebbe confermarli in essa, per gli ebrei stessi, confermati, da chi avrebbe il dovere di convertirli, nella loro funesta illusione di potersi salvare senza Nostro Signore Gesù Cristo.
Ci sono ora capitati tra le mani diversi libri di case editrici ancor oggi, sia pure solo nominalmente “cattoliche”, come Àncora e Marietti, i quali libri documentano 1) fino a che punto sia progredita la “manovra” per giudaizzare la fede cattolica, annunziata nel 1985 da L’ Osservatore Romano; 2) la connessione, allora ancora tra le quinte, fra modernismo e giudaismo talmudico, connessione oggi messa allo scoperto e coltivata dai neomodernisti, che “credono di aver vinto”.
L’«ecumenismo» secondo un rabbino livornese
Elia Benamozegh (Livorno 1823-1900) biblista, talmudista, cabalista, nato da una famiglia sefardita, originaria del Marocco, trascorse tutta la sua vita a Livorno, esercitandovi l’ufficio di rabbino. Egli scrisse un Essai sur l’origine des dogmes e de la morale du christianisme (“Saggio sull’origine dei dogmi e della morale del cristianesimo”). Nel 1863 l’Alliance Israélite Universelle pubblicò la terza parte di quest’ opera sotto il titolo di Morale juive et morale chrétienne e nel 1997 l’ editrice ebraica Carucci la pubblicò in italiano sotto il medesimo titolo Morale ebraica e morale cristiana. E fin qui nulla di strano. Ma nel 2002 la “cattolica” Marietti (Genova-Milano) si prese cura di pubblicare in italiano anche le due prime parti dell’ opera di Elia Benamozegh sotto il titolo L’origine dei dogmi cristiani. Nel 1990 aveva già pubblicato di Benamozegh Israele e l’umanità; terranno dietro nel 2006 Il noachismo e nel 2007 La storia degli Esseni del medesimo autore. In Israele e l’umanità (scritto prima del 1885, pubblicato in Francia per la prima volta nel 1914 e nel 1990 in Italia dalla Marietti) Benamozegh presenta il giudaismo come “messaggero della religione nel mondo intero” ed accusa il cristianesimo di aver cercato di adulterare la missione divina di Israele per cui (in riparazione di tanto fallo) esso dovrebbe restaurare “un ordinamento gerarchico dell’ umanità a Israele e rinunciare alla centralità della Chiesa a favore della centralità di Israele ordinando l’ umanità al popolo sacerdotale Israele”[2].
Il sacerdozio del popolo ebraico presuppone una comunità al servizio della quale è posta: «La fraternità tra tutti i popoli e la comunione di tutti con Israele, che è il centro verso cui devono tendere, per riunirsi, tutte le religioni».[3]
Israele deve essere il centro dell’umanità, poiché è un popolo destinato ad assumere – nell’ umanità – il ruolo di sacerdote: «Israele è stato scelto per assolvere il compito eminente di dottore, di predicatore, di sacerdote delle nazioni, compito dovuto [...] certamente anche alla sua naturale predisposizione ad accogliere la verità religiosa [...] e soprattutto al suo carattere indomito, fermo e tenace, che era necessario per resistere al mondo pagano, per vincerlo e convertirlo»[4].
Secondo il rabbino livornese «la Cabala concilierà Israele sacerdote con l’umanità laica»[5].
Lo scopo supremo del culto ebraico è per la Cabala l’unificazione del Dio immanente e del Dio trascendente, per mezzo dell’uomo: “L’ uomo deve agire sulla natura dominandola, e tale dominio è – per l’ ebraismo – una cooperazione con Dio [...]. I cabalisti hanno presentato questo dominio come una vittoria che l’uomo riporta su Dio come Creatore”[6]. Al contrario, il cristianesimo con la sua concezione del Dio-uomo, Gesù Cristo, avrebbe scavato un abisso tra il Dio trascendente e il mondo: se per il cristianesimo l’ Incarnazione si compie in un solo uomo, «per la Cabala l’incarnazione esiste nel fatto e pel fatto dell’intera creazione»[7]. Il giudaismo-religione, per Benamozegh, «racchiude una duplice credenza: il pluralismo della divinità e l’ immanenza. È perlomeno quanto afferma la teologia cabalistica [...]. Quanto all’immanenza [...] gli angeli appaiono come il prolungamento della Divinità nella natura; il Talmud dice perfino che sono sue membra ed organi [...]. La Cabala è la sola capace, di ristabilire l’armonia tra l’ ebraismo e la gentilità [...] poiché la vera tradizione ebraica riconosce sia l’immanenza che la trascendenza di Dio, e unisce così il panteismo con il monoteismo. La fede che Israele conserva potrà un giorno riconciliare le Chiese divise»[8].
L’altra opera di Benamozegh che qui interessa è L’origine dei dogmi cristiani. L’autore vi sostiene che Gesù era stato iniziato dagli esseni all’esoterismo cabalistico e al talmudismo[9] e il Cristianesimo sarebbe nato dall’incontro della Cabala con la filosofia platonica, stoica e orientale. La prova, per Benamozegh, è che lo gnosticismo è di origine cabalistica: «Lo gnosticismo non è che un puro travestimento della tradizione acroamatica [esoterica] ebraica, ossia della Cabala»[10]. Perciò la Cabala tramite lo gnosticismo ha influito sul cristianesimo[11] finché i Padri della Chiesa del II secolo non lo rifiutarono e lo bollarono come eretico. Quindi per Benamozegh, il cristianesimo primitivo era gnostico, esoterico e cabalistico; furono i Padri, e già prima gli Apostoli con Giovanni e Paolo, a ripudiarne le origini giudaico-cabalistico-talmudiche per erigersi in Chiesa[12]. Ma la Gnosi dichiarata eretica da S. Giovanni e S. Paolo e scomunicata dai Padri è la Cabala rabbinico-farisaica accettata da Gesù. Perciò Benamozegh invita la Chiesa a ritornare alle sue origini cabalistiche e a rifiutare la ellenizzazione e romanizzazione del cristianesimo originario operata dagli Apostoli e dai Padri[13].
In Morale ebraica e morale cristiana Benamozegh, infine, cerca di dimostrare che la morale del Vangelo è inferiore a quella farisaica: «Il cristianesimo [...] ha fatto un Dio a sua immagine, come gli dèi d’Omero, invece di far l’uomo ad immagine di Dio [...]. Ora, non solo, con ciò, ha offeso il buon senso, la retta ragione [...], ma ha reso inutile ogni rivelazione» [14]. Inoltre accusa il cristianesimo di aver distrutto l’amor patrio: «Il patriottismo, è un sentimento dell’Antica Alleanza, che teoricamente non ha posto nella Nuova; ed il giorno in cui il Vangelo è stato predicato ai Gentili è stato l’ultimo giorno delle nazionalità [ovvero, del nazionalismo esasperato giudaico, nda]. Il sentimento di nazionalità come l’intendono gli Inglesi è un sentimento essenzialmente ebraico [...] I cristiani sono un non-popolo, cioè la negazione teorica e pratica di ogni nazionalità»[15].
Benamozegh continua: «spettacoli orribili, teorie ripugnanti, dottrine difformi, vizi inauditi si nascondono sotto i princìpi del Cristianesimo [...] questi vizi non si sono nascosti, non si son vergognati di sé, ma hanno occupato arditamente un posto nella Chiesa, hanno esposto senza pudore la loro deformità al sole»[16]. Per il cabalista livornese, invece, la morale farisaica è di gran lunga superiore: «la morale ebraica rassomiglia all’uomo, ma all’uomo che realizza le sue due forme, e cioè l’uomo primitivo di Mosè, l’ androgino di Platone, l’uomo dai due sessi [...], la morale cristiana rassomiglia alla donna isolata, separata dall’uomo, senza il contrappeso della sua fermezza, della sua esperienza; la donna abbandonata a tutti i trasporti della sensibilità, della passione [...] la concezione del cristianesimo primitivo ha qualcosa di troppo femmineo [...], vi è nella parola e negli atti di Cristo e dei suoi primi discepoli l’eterno femminino [...]»[17].
[2] A. Guetta, Qabbalà e Cristianesimo nella filosofia di Elia Benamozegh, in «La Rassegna Mensile di Israel», vol. LXIII, settembre-dicembre 1997, pagg. 20-21.
[17] Ibidem, pagg. 12-13.
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