|
LO “SPIRITO” E LA “LETTERA” DEGLI ESERCIZI DI SANT’IGNAZIO
Premessa
Gli Esercizi spirituali di Sant’ Ignazio, come già detto, sono l’ antidoto per eccellenza contro il modernismo ascetico, purché se ne colga lo “spirito” e non ci si arresti alla “lettera”.
Come fare per insegnare all’ esercitante qual è lo “spirito”, la dottrina o la filosofia che soggiace alle meditazioni degli Esercizi ignaziani, di modo che egli possa percorrere il cammino che al Maestro degli Esercizi fu rivelato dalla Madonna nella grotta di Manresa e lo condusse sino alla santità? Non è una questione oziosa o puramente speculativa, ma è di capitale importanza, affinché l’esercitante possa trarre tutti i frutti dagli Esercizi.
Infatti essi non sono un insieme di meditazioni, o di quattro settimane slegate l’una dall’ altra. No, ogni meditazione presuppone e si fonda su quella precedente e prepara quella successiva, come ogni settimana deriva dalla antecedente e conduce alla susseguente. Se colui che dà gli Esercizi non ne ha penetrato lo “spirito” di essi, riuscirà al massimo a dare dei punti di meditazione, slegati tra loro, senza far innamorare l’ esercitante della mentalità o della teologia ascetica e mistica che pervade tutti gli Esercizi, punto dopo punto, settimana dopo settimana; farà del bene all’anima dell’esercitante, ma non tirerà dal tesoro ignaziano tutto il potenziale di unione con Dio che esso contiene. Molte persone che non amano gli Esercizi forse ne hanno colto solo la “lettera” ma non lo “spirito”.
Prima settimana
Questa prima settimana ha un principio, dal quale S. Ignazio tira delle conclusioni logicamente dipendenti da esso. Questo principio è anche il fondamento delle altre tre settimane, le quali si basano su di esso e vi ritornano per perfezionarlo o sublimarlo, specialmente con la contemplazione “per ottenere l’ amore” (che è eminentemente mistica).
Il principio della prima settimana e fondamento delle altre tre è la “parte negativa” (pars destruens) degli Esercizi e della vita cristiana. Infatti S. Ignazio ci insegna degli “esercizi” per sviluppare lo spirito e farlo giungere – con la grazia di Dio – sino all’unione trasformante; così come a chi va in palestra s’ insegnano degli esercizi fisici, per sviluppare i muscoli del corpo ed arrivare alla pienezza della forza che esso possiede in potenza. Ora, per giungere all’unione con Dio (fine), occorre anzitutto togliere (“distruggere”) gli ostacoli che si frappongono tra l’anima dell’esercitante e Dio stesso.
L’ostacolo principale è il peccato mortale, che consiste nel “preferire la creatura al Creatore” e perciò ci separa da Dio e ci rende schiavi di creature finite come noi, che non possono dare la felicità al nostro spirito, il quale è fatto per l’infinito, e che dovremo lasciare il giorno della nostra morte, restando così per l’eternità senza creature e senza Creatore. Altri ostacoli sono l’ attaccamento disordinato a se stessi e gli affetti non puramente ordinati a Dio solo.
Nella prima settimana si spiega all’esercitante (come il maestro di judo spiega all’allievo le mosse principali) qual è il fine dell’uomo: il cielo e Dio posseduto perfettamente e per sempre, e qual è il mezzo di cui ci si deve servire per andare a Dio: le creature che vanno utilizzate come mezzo per cogliere il fine e non considerate come il fine stesso. Perciò, esse devono essere usate “tanto quanto” sono utili per giungere a Dio, “né più” (errore per eccesso: attaccamento disordinato, come se il mezzo fosse il fine e la creatura il Creatore), “né meno” (errore per difetto: disprezzo delle creature come se fossero intrinsecamente cattive, e non opera di Dio e dunque in sé buone. La creatura, infatti, non è mai cattiva in se stessa, ma per l’uso sbagliato che l’uomo ne fa, attaccandovisi esageratamente come al fine e non usandola moderatamente come mezzo utile al fine).
La conseguenza pratica di questo principio è l’indifferenza della volontà (che sarà perfezionata nella seconda settimana e sublimata nella quarta), la quale consiste nell’ accettare quel che Dio ci manda, anche se non è secondo i nostri gusti sensibili. Non si tratta di indifferenza della sensibilità, che sarebbe disumana perché la parte sensibile dell’uomo ha le sue tendenze e ripugnanze naturali, ma di indifferenza della volontà, che, se rettamente illuminata dalla ragione e soprattutto dalla fede, può superare le simpatie o antipatie sensibili e fare quel che meglio porta al fine, anche se dà fastidio sensibilmente. Quindi occorre essere disposti con la volontà, nonostante i propri gusti o capricci, ad accettare indifferentemente salute /malattia, ricchezza/povertà, onori/umiliazioni, scegliendo ed accettando unicamente ciò che meglio ci porta al fine, anche se ripugna al nostro appetito sensibile.
La prima settimana è caratterizzata da un forte sforzo ascetico per eliminare l’ostacolo principale, il peccato mortale, onde contiene molte meditazioni sulla gravità infinita del peccato (come offesa ad una Persona infinita, Dio), sulle pene eterne dell’inferno, sulla morte e il giudizio che la segue. La grazia speciale da chiedere in questa settimana è la “vergogna e confusione di me stesso […], poiché tante volte ho meritato di essere condannato eternamente per i miei peccati” (n° 48) e un “crescente e intenso dolore e lacrime per piangere i miei peccati” (n° 54). Occorre, però, far attenzione a equilibrare l’odio e il timore del peccato e della dannazione eterna con i “colloqui della misericordia”: “Terminerò con un colloquio, nel quale esalterò la misericordia del mio Dio, rendendo grazie” (n° 61); “ricordandomi pure che sin ora ha sempre usato con me tanta pietà e tanta misericordia” (n° 71).
In questa settimana, che corrisponde alla “via purgativa” degli incipienti, S. Ignazio insegna il metodo per fare la “meditazione discorsiva”: riflettere e poi fare atti di volontà e di amore corrispondenti a ciò che abbiamo ruminato coll’intelletto illuminato dalla fede. Egli insegna anche un metodo molto semplice e gustoso di meditare: l’applicazione dei cinque sensi esterni (vista, tatto, gusto, odorato e udito) ad una scena che riguarda Dio o la vita soprannaturale. Il direttore deve spiegare con molta diligenza all’ esercitante come fare meditazione, perché dalla perseveranza in essa dipende il frutto degli Esercizi: tornati a casa occorrerà mettere in pratica giorno dopo giorno le “mosse” o i princìpi che si sono imparati durante gli Esercizi, come chi va in palestra, tornato a casa deve allenarsi nei movimenti che il maestro gli ha insegnato, altrimenti la frequentazione degli Esercizi o della palestra non sarà servita a nulla.
Un altro modo di meditare è l’esame di coscienza (n° 43), il quale consiste in una breve ma praticissima e fruttuosissima meditazione su quel che abbiamo fatto di bene o di male nel corso della giornata, (applicando, aiutati dalla fede, memoria, intelletto e volontà) per correggerci e migliorarci con l’aiuto di Dio.
Si può dire che l’essenziale degli Esercizi sia imparare a meditare o fare orazione mentale, la quale varia di settimana in settimana (meditazione nella prima e contemplazione nella seconda), così come di via in via (prima via: meditazione discorsiva; seconda via: meditazione affettiva; terza via: contemplazione infusa; per le tre “vie” o età della vita spirituale v. sì sì no no u. s. p. 3).
La grazia particolare che si chiede in questa prima settimana – “dolore e lacrime per piangere i miei peccati” (n° 55) poiché “io ho meritato di essere condannato eternamente per tanti miei peccati” (n° 48) – è il dolore servile o timore dell’inferno, che è l’inizio della saggezza, per arrivare poi – nelle altre settimane, e specialmente nella terza – al dolore perfetto o filiale di aver offeso un Dio tanto buono che si è incarnato ed è morto per me. Non è vero, perciò, che gli Esercizi servono solo alla “prima conversione”, cioè ad uscire dal peccato mortale per timore della pena eterna. No, essi conducono, pian piano ma inesorabilmente (se se ne penetra lo “spirito” e non si resta alla “lettera”), all’amore filiale (terza settimana) e all’unione mistica con Dio (quarta settimana).
Seconda settimana
Dopo averci fatto capire qual è il fine della nostra vita (Dio) e l’ ostacolo da eliminare (il peccato), il santo di Loyola ci introduce nella seconda settimana, il cui principio specifico consiste nel farci comprendere qual è la strada che, in concreto, dobbiamo imboccare per giungere in Paradiso. Dio si è incarnato e si è fatto uomo in Gesù Cristo per redimere l’umanità, e quindi Gesù è l’unico mediatore tra Dio e l’uomo, l’unico Salvatore, al di fuori del Quale non c’è salvezza. Imitando i Suoi esempi, credendo al Vangelo che è venuto ad annunziarci ed osservando i Suoi comandamenti, giungeremo sicuramente in porto. Perciò la seconda settimana sarà impiegata a studiare con amore il Verbo Incarnato, per conoscerLo sempre meglio e seguirlo più da vicino. Si chiederà “intima conoscenza del Signore […], perché io Lo ami con più ardore e Lo segua con più fedeltà” (n° 104). La grazia particolare che si domanda (e che fa capire lo spirito di tutta la settimana) è di “non essere sordo alla sua chiamata ma pronto e diligente” (n° 91). Questo è lo “spirito” che anima la seconda settimana.
Questa mi sembra essere la settimana capitale degli Esercizi, tutto ruota attorno a lei: la prima toglie l’ostacolo alla sequela di Cristo e le altre due ci otterranno la grazia, la forza e la luce per meglio conoscere e imitare lo spirito di Cristo e giungere all’unione con Dio: “Chi non ha lo spirito di Cristo non è di Cristo” (S. Paolo). Questa frase contiene l’ essenziale di tutta la vita spirituale. Infatti si possono fare tutte le pratiche religiose, ma se manca lo “spirito di Cristo”, la sua mentalità, il suo insegnamento, la sua dottrina, la sua etica, la sua spiritualità e la sua imitazione, tali pratiche (in sé buone) sarebbero come un bel corpo che ha appena perso l’anima, ossia un cadavere, ancora bello esteriormente, ma già in corruzione interiormente. Ecco perché molti cristiani che vanno a Messa regolarmente, si comunicano e pregano, in pratica si comportano in maniera radicalmente a-cristiana: perché “non hanno lo spirito di Cristo”.
Nella seconda settimana, dunque, il direttore dovrà insegnare all’ esercitante la vera natura del cristianesimo, lo spirito cristiano. Questo spirito lo troviamo condensato mirabilmente in alcune istruzioni che sono il “principio e fondamento” della seconda settimana: l’appello di Cristo re (n° 91-100) che serve ad illuminare l’intelletto perché comprenda qual è lo spirito cristiano, il cui 1° gradino, necessario per tutti, è seguire Gesù nel credere ai suoi insegnamenti e nell’ osservare i suoi comandamenti; il 2° gradino, per coloro che sono chiamati da Dio allo stato di perfezione, sono i tre consigli evangelici: castità, povertà e obbedienza. Anche chi non fa i voti, però, deve possedere lo spirito dei tre consigli con l’«agire diametralmente contro la propria sensualità» (ossia i piaceri dei sensi, che ci portano ad evitare i dolori fisici e morali), “l’amore carnale” (o attaccamento alle comodità, che ci fa fuggire il lavoro, la fatica e lo sforzo) e “l’amore mondano” (l’ attaccamento agli onori, alla gloria, alle ricchezze e ai divertimenti, il quale ci fa respingere gli affronti, le umiliazioni e le ingiurie). Come si vede, S. Ignazio comincia a farci capire (e il direttore dovrà insegnarlo dolcemente all’esercitante) che l’ indifferenza della volontà, pian piano, deve portarci a preferire ciò che ripugna alla sensibilità, la quale, essendo ferita dal peccato originale, ci inclina verso le cose basse e facili, che ci allontanano dal fine, più che verso quelle ardue e celesti, che ad esso ci uniscono.
Dopo aver illuminato l’intelletto, il santo ci dà un’altra istruzione, che è il complemento dell’appello di Cristo Re e serve a fortificare la volontà (“tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, dice il proverbio): è quella dei “due stendardi” (n° 136-148). Infatti noi uomini facilmente capiamo le cose, ma poi facciamo il contrario di quel che è il meglio: “video meliora proboque, sed deteriora sequor”. S. Ignazio lo sa e in questa seconda metà del “principio e fondamento” della seconda settimana ci fa studiare lo spirito di satana (sensualità, avarizia e superbia), che è diametralmente opposto allo spirito di Cristo (mortificazione, distacco dalle cose di questa terra e accettazione delle umiliazioni, dacché solo dalle umiliazioni accettate nasce l’umiltà). Forse l’esercitante ha risposto positivamente all’ appello di Cristo Re, ma poi in pratica, milita, anche senza saperlo con chiarezza, sotto la bandiera di satana, poiché ama ciò che Cristo odia: i piaceri, le ricchezze, il vano onore del mondo. Quindi in questa istruzione si fa il “collaudo”, per vedere se, realmente e praticamente, siamo con Cristo e di Cristo; altrimenti saremo con satana e di satana. Non è poca cosa. Questo è il compito del direttore: non parlare tanto, ma dire molto con poco e condurre per mano il discepolo a capire il fondo del suo “cuore”: quali sentimenti lo agitano e cosa cerca impercettibilmente e segretamente? Dio o il mondo? Cristo o se stesso?
La nota n° 157 degli Esercizi aiuta a scandagliare la profondità dell’ animo. Quando sentiamo affetto o ripugnanza verso uno dei tre consigli, quando non siamo nell’ indifferenza della volontà, occorre chiedere a Dio (quantunque ciò sia contrario alla nostra sensibilità) l’opposto di ciò che attira la nostra natura ferita dal peccato di Adamo, ossia l’amore della povertà, degli incomodi e delle umiliazioni. Per fare la volontà di Dio bisogna rinnegare la propria; è arduo, ma – con la grazia celeste – tutto è possibile. Questa è la via erta, stretta e angusta, che conduce in Paradiso e di cui parla il Vangelo; l’altra è la strada larga che porta alla dannazione. È essenziale che il direttore faccia capire ciò all’esercitante e lo porti a volere la via stretta. Sta qui il “principio e fondamento” della seconda settimana ignaziana. In esso, compreso e vissuto, consiste la vita soprannaturale o cristiana, non esclusivamente nelle pratiche esteriori che, per non essere un vuoto rituale farisaico, presuppongono necessariamente lo spirito cristiano e lo debbono completare (“haec oportet facere et alia non omittere”).
L’istruzione delle “tre classi d’uomini” (n° 149-155) ci aiuta a scandagliare ancor più il nostro cuore, il nostro stato d’animo o amore segreto. La “prima classe d’ uomini” scopre di avere un attaccamento disordinato verso un bene in sé lecito, ma che, per l’eccessiva o disordinata affezione, potrebbe portarla alla rovina. (Gli Esercizi sono stati scritti appunto per aiutare a “togliere da sé ogni attaccamento disordinato”, n° 21). Tuttavia questa prima classe di uomini non ha la buona volontà di togliere da sé ogni disordine e rinvia sempre all’ indomani ciò che dovrebbe fare fin da oggi: la sua è una semplice velleità, dacché chi vuole realmente il fine prende i mezzi per conseguirlo. La “seconda classe” di uomini, invece, vuole prendere i mezzi, ma non tutti, non quelli risolutivi, non quelli che toglierebbero il disordine, poiché è particolarmente attaccata a qualche cosa che le impedisce di fare totalmente la volontà di Dio. Dà a Dio qualcosa di sé, ma non tutto il suo cuore; è come se Gesù, arrivato al Getsemani, avesse detto al Padre: -Son disposto a fare la tua volontà, ma solo sino alla flagellazione e rifiuto assolutamente la crocifissione. Infine la “terza classe” è di coloro che son disposti, con l’aiuto di Dio, a fare totalmente la sua volontà, rinunciando completamente alla propria, ai propri gusti e attaccamenti sensibili. Questa è la classe dei veri cristiani, di “coloro che hanno lo spirito di Cristo e quindi sono di Cristo”. È qui che il direttore deve condurre, con l’aiuto di Dio e della preghiera, l’esercitante.
Come si vede, in questa settimana è racchiuso tutto lo spirito del cristianesimo vissuto. Le altre due settimane ci aiuteranno a capire sempre meglio e ad amare sempre più lo spirito cristiano, a sormontare l’orrore che esso ispira alla natura ferita e a viverlo con maggiore coerenza sino ad arrivare all’unione mistica con Dio.
L’istruzione sui “tre gradi d’ umiltà” (n° 165-168) ci fa vivere la dottrina delle tre vie: purgativa o degli incipienti (lotta contro il peccato e meditazione discorsiva), illuminativa o dei proficienti (pratica delle virtù cristiane e orazione affettiva) e unitiva o dei perfetti (attuazione abituale dei sette doni dello Spirito Santo e contemplazione infusa). In questa istruzione S. Ignazio ci insegna con poche, ma efficaci righe che per salvarsi è assolutamente necessario avere il primo grado di umiltà o di carità: la morte, ma non il peccato mortale. Per farsi santi occorre poi anche la volontà di evitare il peccato veniale di proposito deliberato (secondo grado) e infine, dopo aver acquisito questi due gradi (o percorso queste due tappe), si è predisposti prossimamente all’ unione trasformante con Dio (mistica), nella quale Dio stesso ci porrà con il soffio dello Spirito Santo, cui dobbiamo essere docili, preparati da una lunga via ascetica (le prime due tappe o gradi di carità). Il terzo grado consiste in ciò: “Io, per imitare e rassomigliare […] a Cristo, voglio ed eleggo la povertà con Cristo povero piuttosto che la ricchezza; gli obbrobri con Cristo coperto di essi piuttosto che onori, e preferisco essere stimato da niente e stolto per Cristo, che per primo fu ritenuto per tale, piuttosto che savio e prudente agli occhi del mondo”. Padre Vallet diceva: “La nostra mistica è quella delle umiliazioni”, poiché solo da esse, accettate serenamente, nasce la vera umiltà. S. Giovanni della Croce ha insegnato che solo dopo le notti dei sensi e dello spirito, si entra nella via unitiva o mistica e S. Ignazio parla di “aridità” e “desolazione” (n° 316-317), per significare – con parole diverse – la stessa realtà.
Nella seconda settimana cambia anche il modo di fare orazione. Se nella prima essa era soprattutto discorsiva (mirante, cioè, a far acquistare all’esercitante le convinzioni della fede), qui si passa alla “contemplazione acquisita”, una sorte di orazione affettiva, in cui predominano gli atti della volontà sospinta dalla carità infusa, e ci si esercita a vedere e sentire persone, parole e azioni con uno sguardo pieno d’ amore sui misteri della vita di Gesù, per ricavarne qualche frutto spirituale, dall’Incarnazione alle soglie della Passione. Come si vede S. Ignazio (e chi dà gli Esercizi) conduce gradualmente l’esercitante dalla prima tappa della vita spirituale alla seconda, che sarà perfezionata nella terza settimana e renderà l’allievo pronto e predisposto, nella quarta settimana, a essere accolto da Dio nella terza tappa della vita cristiana: la mistica o unione trasformante. Il santo fondatore della Compagnia di Gesù, già nelle “annotazioni” (n° 2), ci ha insegnato che “non è il molto sapere che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e il gustare le cose internamente”. Questo è un chiaro riferimento al Dono della Saggezza, il più alto dei sette doni dello Spirito Santo, che conduce e introduce al ‘matrimonio spirituale’, un avangusto della “visione beatifica”.
Terza settimana
È il compimento della seconda, una sorta di “secunda-secundae”. In essa si contempla l’esempio di Gesù che non solo preferisce la sofferenza, la povertà e le umiliazioni, ma che giunge al sommo di esse durante la sua Passione e morte (la follia della croce). Quindi le convinzioni della vita cristiana forniteci nella seconda settimana sono sublimate nella terza. Inoltre, la Passione di Gesù è la fonte di tutte le grazie, onde la grazia di vivere il cristianesimo integrale, alla sequela di Cristo Re e sotto il suo stendardo (seconda settimana), occorre chiederla a Gesù confitto in croce (terza settimana). Questa contemplazione dei dolori di Gesù ci spinge a riamarlo: “considererò come il Salvatore patisce tutto questo per i miei peccati; e mi chiederò quello che io devo fare e patire per lui”, (n° 197). La grazia specifica di questa settimana sembra essere la stessa della prima: “dolore, tristezza e vergogna” (n° 193), ma il motivo è diverso: nella prima si chiedevano per l’inferno meritato, nella terza si domandano “perché è per i miei peccati che il Signore va alla Passione”. Quindi si passa dal timor servile (paura dell’ inferno) a quello filiale (dolore procurato a Gesù dal nostro peccato).
Il direttore deve essere attento a seguire e far seguire l’itinerario ignaziano all’esercitante, senza accontentarsi di dare un’istruzione dopo l’altra, ma facendo capire il progresso che si sta realizzando alla scuola di S. Ignazio, di modo che l’esercitante, tornato a casa, possa ripercorrerlo ogni giorno ed arrivare, ripetendo e ripetendo ancora ogni meditazione, alla vetta della santità, cosciente del punto di partenza, di quello di arrivo e delle tappe che congiungono l’uno all’altro. Quando si va in alta montagna occorre sapere donde si parte, dove si deve arrivare e delle tappe che occorre fare per riprendere forza. Pio XII sino alla fine della sua vita ha avuto in mano e nel cuore il libretto degli Esercizi: sapeva benissimo che essi erano fonte inesauribile di santità consumata e non solo di conversione dal peccato, come qualche falso “mistico” vorrebbe far intendere.
Quarta settimana
Per crucem ad lucem. Il fine della vita spirituale e degli Esercizi non è la croce; essa è un mezzo per cogliere il fine, che è Dio posseduto perfettamente “faccia a faccia” in Paradiso e ancora imperfettamente, nel chiaro-oscuro della fede, qui in terra. Ecco la ragion d’essere della quarta settimana. Essa ci deve far provare la gioia della Risurrezione di Cristo e la nostra gioia nel partecipare alla sua vittoria sul peccato e sulla morte.
Gesù si presenta in questa settimana come l’aiuto, l’amico, l’ avvocato, il difensore dei suoi Apostoli e di noi cristiani. Nonostante le debolezze dei Dodici Gesù appare loro e dice: “Non abbiate paura, la pace sia con voi”. Iddio è un Dio che dà la pace dell’animo, che incoraggia e difende l’uomo, il quale ha la buona volontà di servirlo, malgrado le sue deficienze; il diavolo, invece, è l’ accusatore, colui che vorrebbe scoraggiare definitivamente l’uomo e mantenerlo nel suo stato di peccato, di modo che non possa rialzarsi mai più.
In quest’ultima settimana contempliamo Gesù che risorge e appare per quaranta giorni ai suoi amici, li conforta, li ammaestra e infine invia loro lo Spirito Santo, che è il perfezionatore dell’opera della Redenzione iniziata da Cristo. Questo è il ruolo del Paraclito, del Santificatore, e in questa settimana occorre imparare la docilità allo Spirito Santo che perfeziona le virtù cristiane e le rende eroiche quanto al modo di essere vissute. L’uomo da se stesso, con la sola grazia ordinaria delle virtù (via ascetica), non potrebbe perseverare e giungere alla perfezione (via mistica); egli ha bisogno dell’attuazione abituale dei sette doni dello Spirito Santo, che ci portano all’unione con Dio e ci fanno pregustare le gioie del cielo anche su questa terra. S. Ignazio ci insegna a “rallegrarci e godere intensamente di tanta gloria e gioia immensa di Cristo N. S.” (n° 221) e a “considerare il ruolo di consolatore che esercita Cristo N. S., paragonandolo al modo in cui gli amici consolano gli altri amici” (n° 224). Abbiamo trovato un vero Amico che non ci tradirà mai e, anche se noi lo dovessimo – per disgrazia – offendere, ci concede la possibilità del riscatto e di ritrovare la sua amicizia. Onde debbo voler “godere e rallegrarmi di tanta gioia e allegrezza di Cristo N. S. […] richiamando alla memoria cose capaci di suscitare piacere, allegrezza e gaudio spirituale” (n° 229).
Come si vede gli Esercizi portano alla pace dell’anima, alla gioia del cuore e all’unione con Dio dopo averci fatto passare attraverso molte prove e tribolazioni. Abbiamo visto qual è il vero fine della nostra esistenza (Dio), quale l’impedimento (peccato), quale strada dobbiamo prendere in concreto per giungere al fine (Cristo), cosa comporti la sequela di Gesù: mortificazione, distacco dai beni di questa terra e da noi stessi. Se abbiamo questi sentimenti siamo veri cristiani, altrimenti de facto siamo schiavi di satana. La via sicura per imitare Cristo è l’accettazione serena e pacifica delle umiliazioni, che sono insite nella nostra esistenza di creature finite, limitate e deficienti; nel dare totalmente la nostra volontà, anche se ci ripugna sensibilmente. Quindi la croce va abbracciata con amore, anche se la natura la rifiuta, poiché essa è il culmine della vita cristiana su questa terra, ma la croce è solo un mezzo e non il fine, da utilizzare “tanto, quanto, né più né meno”. Il fine è Dio e il Cielo. “In via” ci possiamo avvicinare al fine solo grazie allo Spirito Santo che, con i suoi impulsi e tramite i suoi sette Doni, ci dà la forza di vivere eroicamente le virtù cristiane.
* * *
Ecco l’itinerario che S. Ignazio ci propone di percorrere sotto la guida di un direttore che dia lo “spirito” degli Esercizi e non si fermi alla “lettera”, conducendo l’esercitante dall’odio del peccato sino alla vetta della santità o unione trasformante con Dio. I princìpi della spiritualità ignaziana sono gli stessi dell’ Imitazione di Cristo, di S. Benedetto, di S. Giovanni della Croce e S. Teresa d’Avila e di tutti gli altri Santi, poiché sono il condensato del Vangelo e del cristianesimo vissuto, espressi con una terminologia e uno stile che sono propri di S. Ignazio, come la Regola benedettina ha lo stile proprio di S. Benedetto. Non si può mettere S. Ignazio contro le altre scuole di spiritualità, come se gli Esercizi fossero soltanto un’ introduzione alla vita cristiana (prima conversione) e non un itinerario completo dalla prima alla terza via. No, S. Ignazio ci aiuta – con la grazia di Dio (n° 2) - a giungere alla sommità della santità, a condizione che cogliamo lo “spirito” dei suoi Esercizi.
Tornati a casa, sarà fondamentale la perseveranza nell’orazione mentale, che cambierà e si perfezionerà con il passar del tempo, facendo attenzione a non scambiare la “lettera” con lo “spirito” ignaziano, il quale ci dà la “lettera” delle regole precise e delimitate (punto dopo punto) per imparare a far orazione, ma ce ne raccomanda lo “spirito”: “Se trovo in un punto della meditazione i sentimenti che volevo suscitare in me, mi soffermerò, senza ansia di passare oltre, sino a che la mia anima sia pienamente soddisfatta” (n° 76).
La “Contemplazione per ottenere l’amore” (n° 190-198) è il cappello degli Esercizi, il complemento e la chiusura del “principio e fondamento” della prima settimana. Negli Esercizi, tutto si ricongiunge, come le pietruzze di un magnifico mosaico; tutto ha il suo posto e ogni meditazione è perfettamente collegata all’ altra, come le rotelle di un orologio svizzero; la prima meditazione si riallaccia all’ultima e vi trova la sua sublimazione ed elevazione. Infatti S. Ignazio precisa che il vero amore consiste nei fatti più che nelle parole e specificatamente in uno scambio (effettivo e non solo affettivo) di doni tra i due amanti. Onde se Dio mi ha creato – per puro amore – dal nulla e mi ha dato ogni bene naturale e soprannaturale (nell’essere e nell’agire), io da parte mia debbo ridare a Dio – con amore – tutto quel che ho e sono, che faccio ed opero nell’ordine naturale e soprannaturale. Onde gli dirò: “Prendete [è la via mistica, in cui Dio ci prende e s’impossessa di noi, chiedendo solo la non resistenza da parte nostra] e ricevete [si afferma che si è pronti a lasciarsi prendere e possedere da Dio], tutta la mia libertà [facoltà di scegliere i mezzi migliori per fare il bene e giungere al fine: ecco sublimato il “principio e fondamento” della prima settimana], la mia memoria [ossia la parte sensibile, passionale e istintiva dell’uomo, che non è né una bestia – con i soli istinti – né un angelo – senza corpo né sensibilità; perciò è importante che si sappiano sublimare gli istinti umani e offrirli a Dio affinché li diriga al bene, altrimenti ci trascineranno al male. Non è possibile reprimere soltanto: sarebbe come voler arginare un fiume in piena, esso spazzerebbe via la diga fragile della volontà umana e strariperebbe facendo danni enormi, così come non si può dare libero sfogo a tutte le passioni, senza educarle, mortificarle e dirigerle: sarebbe come voler vivere in mezzo ad una palude stagnante e marcescente. No, occorre bonificare, ma l’artefice della canalizzazione delle passioni umane, usate e finalizzate al bene, può essere solo Dio con la cooperazione umana: ecco il retto uso delle creature come mezzo utile per cogliere il fine [tanto quanto né più né meno] il mio intelletto [per conoscere la verità e respingere l’errore] e la mia volontà per fare il bene ed evitare il male]. Tutto è vostro, voi me lo deste a voi io lo rendo [scambio effettivo di doni tra l’uomo e Dio], datemi il vostro amore (amatemi e fate che io vi riami) e la vostra grazia [effetto dell’ amore di Dio per l’uomo e dell’ uomo per Dio è la grazia abituale o l’ inabitazione della SS. Trinità nell’ anima del giusto], poiché questo mi basta”. Ora abbiamo raggiunto il nostro vero fine.
Siamo giunti alla fine degli Esercizi, adesso bisognerà metterli in pratica (“fatti, non parole”) giorno dopo giorno, sino al momento della nostra morte, in cui assieme a Gesù risorto (quarta settimana) potremo cantare in eterno le sue misericordie verso di noi. “Misericordias Domini in aeternum cantabo”
NB - Altri articoli sull'edizione cartacea -
B. M. |